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LA FAMIGLIA SUPERSTAR + LIZHARD
3 Ottobre 2008 Bologna
GLAM FEST
5 Ottobre 2008 Argelato

Una quindicina. Non più di tanti erano i presenti che l’altra sera “affollavano” (che parolone!) il Sottotetto di Bologna: Siccome mi sono rotto ufficialmente le scatole di rinnovare ogni volta la stessa tirata di orecchie agli assenti, mi rivolgo invece ai quei soliti 15, taluni accorsi dal Veneto, dalla Toscana o dalla capitale, per tributargli un semplice ma sentito: “hey guys, you rock!”. E che dire poi di musicisti accorsi da Los Angeles per esibirsi complessivamente, nelle due date già svolte in Italia, di fronte a non più di cento persone? Mi viene riferito che la sera precedente, a Cermenate, vi fossero circa una settantina di paganti, ma c’è anche da dire che lì gli openers Lizhard giocavano in casa…E, tra le “bistrattate” superstars, stiamo parlando anche di un certo Marco Mendoza, tuttora componente di una “misconosciuta” band chiamata Whitesnake!!! Quindici spettatori: che vergogna per l’ Italia rocchettara…

E proprio l’aitante bassista, presentatosi cosparso da ettolitri di profumo che mi sono portato per tutta la serata dopo una semplice stretta di mano, è stato la rivelazione dello show.
Ma andiamo con ordine. Aprono i lombardi Lizhard, con il proprio omonimo cd di esordio freschissimo di stampa. La band ha il merito di non voler strafare, dimostrando una volta di più che la buona musica non ha bisogno di funambolismi. Mi hanno riportato alla mente un po’ i Gotthard, se non musicalmente proprio per questa attitudine a tenere benissimo il palco senza dover ricorrere ad eccessi per lasciare il segno. Performance impeccabile e mai noiosa. Il miglior complimento alla band è senz’altro il cenno di convinta approvazione che Terry Ilous abbozza sentendoli suonare. Meritano attenzione.

La main attraction ha un nome probabilmente sconosciuto a molti, essendo effettivamente il progetto del valente chitarrista di origini trevigiane Steve Saluto, ma le superstar che compongono la famiglia sono nomi da paura: oltre al citato Mendoza, sul palco è dato di ammirare Terry Ilous, noto per essere stato frontman dei class-rockers XYZ, ed il formidabile drummer di colore Atma Anur, che ha alle spalle numerose collaborazioni soprattutto con ipertecnici vituosi della chitarra, senza però dimenticare i Journey… Incentrando in questo contesto la valutazione su Steve Saluto, si coglie una estrazione musicale di origini alquanto eterogenee, dal soulblues al jazz,al funk e qui abilmente calata in un contesto rock in cui il musicista dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio. Come per tutte le performances più disertate dal pubblico cui ho avuto la fortuna di assistere, la consistenza dell’audience è spesso inversamente proporzionale in misura clamorosa alla qualità artistica ed al gusto musicale espressi sul palco. E che si parli di professionisti con i controattributi lo testimonia un singolare episodio occorso durante la penultima track in scaletta: all’ improvviso Mendoza, forse infastidito da un problema all’ amplificazione, o forse in preda ad una crisi da incontinenza urinaria, molla a terra il proprio basso e si precipita giù dal palco attraversando la hall di corsa tra lo stupore degli stessi bandmates. Senza scomporsi o interrompere l’esecuzione, Terry Ilous si china a raccogliere lo strumento, improvvisandosi bassista. Quando Mendoza ricompare dopo qualche istante, Terry accenna a restituirgli il basso, ma Marco declina l’offerta e dà un saggio della propria abilità vocale lasciando a Ilous il compito di strimpellare fino alla conclusione della canzone. Spettacolo nello spettacolo, anche se per pochi intimi! Peraltro Mendoza aveva già rivelato doti vocali da far invidia a Glenn Hughes interpretando in precedenza un proprio brano,”Still in me”, tratto dal suo recente disco solista.A proposito della scaletta, articolata su appena una decina di brani, perlopiù firmati da Steve Saluto, spiccano una interpretazione vocale molto intimista del classico dei Whitesnake “Here i go again”, ed un paio di tributi alla carriera di Terry Ilous, costituiti da “Got to believe” E dalla conclusiva “Inside out”. Bella serata, in cui il solo rammarico per lo scrivente è stata l’assenza dell’ invocata, attesissima, “Face down in the gutter”. Ma stasera il piede era staccato dall’accelleratore, pur trattandosi di una proposta musicale comunque di primissima qualità. Onore al merito per tutti, pubblico incluso!

In appendice qualche considerazione sul Glamfest tenutosi il 5 ottobre ad Argelato. Questo non intende essere un report esaustivo della serata, cui ho preso parte giusto per godermi le esibizioni di Britny Fox e Bulletboys. Di fronte ad un pubblico di circa 150 glamsters vecchio stile, con look ed accessori adatti alla circostanza, i Britny Fox, rinnovati nella formazione al punto tale da essersi resa necessaria la loro presentazione, hanno dato vita ad uno show abbastanza intenso ed incisivo, che tuttavia ha lasciato meno spazio del previsto al disco d’esordio, per concentrarsi soprattutto sui due lavori successivi. Una decina i brani in scaletta, molto apprezzati dal pubblico che ha tributato notevoli acclamazioni all’ unico superstite della formazione originaria, Billy Childs.

A seguire sul palco i sempre grandissimi Bulletboys. Anche qui unico superstite il frontman Marq Torien, che pur rinunciando alla folta criniera ossigenata dei bei tempi, mantiene intatto un fisico asciutto e, soprattutto, le grandi doti di screamer che lo resero personaggio istrionico di rara levatura. Da segnalare l’ottimo lavoro svolto dal nuovo chitarrista, impegnato nel non facile compito di rimpiazzare un funambolo della sei corde del calibro del desaparecido Mick Sweda. I brani in scaletta sono appena otto (più una cover di “Whole lotta love” dei Led Zeppelin come encore), ma stavolta i classici più attesi ci sono tutti. Chiudono degnamente la serata i Pretty Boys Floyd, tutto sommato in ottima forma, anche se l’attenzione di chi scrive cala vistosamente durante la loro gig. Sarà perché la band si spara i propri due cavalli di battaglia già all’inizio dello spettacolo, o forse perche di fianco al palco vanno in scena gli… heavy pettin’.

No, non mi riferisco alla band britannica di metà anni 80, ma alle intense effusioni che hanno visto per protagonisti, lungo il corridoio di accesso al backstage, prima Billy Childs, strafatto di birre, con una bella mora in autoreggenti, poi il vispo chitarrista dei Bulletboys con una groupie, quindi una specie di ammucchiata promiscua di criniere colorate… Al contrario, stranamente in disparte e taciturno Marq Torien, rientrato in sodina in sala, nascosto da un cappuccio a quadrettini rosanero, con tanto di orecchiette in stile Teletubbles… ed io che a suo tempo ritenevo essere Mick Sweda l’introverso e tenebroso della band!!!

Comunque una serata davvero divertente, anche se personalmente sono andato in bianco…
Il raffronto con l’evento di un paio di sere prima, offre forse la chiave di lettura per comprendere una così diversa risposta di pubblico a due serate egualmente appetibili. In questo caso, più che un concerto, si è trattato di un vero e proprio happening, che ha dato modo ai presenti di rievocare ed esprimere uno stile di vita con maggiore partecipazione. La famiglia superstar era invece una esibizione di vecchie glorie, da godere come semplici spettatori. Forse sta qui la differenza…
Alessandro Lilli

 
ROCK OF AGES
13 settembre 2008 - PalaSharp (Milano)

Giungo al palazzetto proprio mentre la band inglese inizia a suonare, e già dopo un paio di minuti le mie aspettative sono confermate: i Quireboys non deludono mai. C’è un Nigel Mogg in meno, un disco in più da ascoltare e promuovere, e la solita grinta da navigate rockstar da gustarsi in un sol boccone. Spike e soci attraversano la loro carriera tra brani vecchi e nuovi, e non lesinano impegno e grinta, condendo la loro prova con melodie di spessore e con sapore di polvere sollevata dagli stivali texani, un buon bicchiere di whisky tra le mani e una sigaretta tra le dita.
Naturalmente nel loro set c’è posto sia per i pezzi più festaioli come “Sex Party” e “7 o’clock”, che per qualche pezzo del disco di fresca pubblicazione, più qualche canzone di puro romantic-rock tanto gradito alle fans della band. Spike si conferma splendido frontman, bello&solare, ben visto da tutti e amato da tantissime ex-teenager, accompagnato da una band che ormai ha passato i picchi storici di popolarità ma che è ben conscia del proprio valore. Bel concerto, è sempre un piacere vederli.

Zio Duff… ma cosa mi combini???? Sono un vecchio e invasato fan del platinato bassista, e devo dire che sono rimasto deluso. Intendiamoci: non è certo lui come musicista che mi preoccupa, ma la sua band e la loro proposta musicale. In veste di cantante/chitarrista, il nostro eroe di Seattle ci propone una band chiassosa, monocorde e senza una direzione ben precisa. In sincerità, questi Loaded hanno volume e un discreto tiro, ma a mio avviso non hanno un gran gusto nella stesura dei pezzi.
La band si muove su sonorità punk (vecchio amore di Duff), ma è filtrata da modernismi che ne snaturano un po’ il significato originale. L’impressione che si ha è che la band sia un’alternativa per il loro capo di intervallare i suoi impegni con bands di ben altro calibro.
Il pubblico, dal canto suo, non partecipa un granchè: vuoi per i pezzi sconosciuti a quasi tutti, vuoi perché è preso in contropiede da un sound caciarone, alla fine il MazdaPalace sembra “La fiera dell’immobile” più che un concerto….e poco conta se i pezzi finali dei Neurotic, e soprattutto dei Guns, intervengono a salvare un’esibizione traballante, non per il frontman ma per l’impatto generale della band. Ah, ultima cosa: Duff è diventato come il Ragionier Filini….ha sfoggiato un paio di occhiali retrò spessi come fondi di bottiglia….
Consideriamo la serata come una di quelle storte nelle quali è talvolta incappato nella sua rispettabile carriera. Dai, Duff, ti perdono….quantomeno va sottolineato di come atleticamente e umanamente tu sia un uomo pienamente recuperato. E non è poco, visto il tuo passato da esplosione dell’etilometro…

Tornano, dopo lunga assenza, gli Extreme. Eccezion fatta per il nome da locale per scambisti, la band di estremo ha ben poco: rock intelligente e pulitino per una band tutta in ghingheri.
Il tandem di testa Cherone-Bettencourt dimostra di saperci fare, e alle loro spalle il trio ritmico è affiatato e si dimostra capace e di spessore. Non è il mio genere favorito, troppo precisi e fighetti per i miei gusti, ma va detto che tecnicamente sono una band di valore assoluto, che con esperienza mescola il vecchio e il nuovo. La loro esibizione spazia su e giù nell’arco dei loro albums, e la perla che tutti aspettavano da anni (il pezzo “More than words”) non delude nessuno, mentre sotto il palco una selva di cellulari accompagna romanticamente la loro esibizione.
Atleticamente siamo su alti livelli, Gary Cherone è un frontman che ha voce da vendere, e non perde un colpo; il pubblico dal canto suo non lesina applausi e si spella le mani a più riprese
Personalmente ritengo che si siano persi un po’ troppo spesso lungo assoli chilometrici, che tendono a stemperare un po’ la tensione positiva del concerto, ma per il resto è una band in piena forma nonostante la carta d’identità inizi a farsi sentire.

Ebbene sì: Dio esiste. E’ passato per Milano in una piovosa serata di tarda estate, e ad accompagnarlo c’erano quattro brutti ceffi vestiti come sicari in un balordo carnevale.
E Dio, con parruccone biondo e bardature nere e fuxia, ha impugnato il microfono e ancora una volta ha dato dimostrazione di cosa significhi fare rock alla maniera dei vecchi.

I Twisted Sister… dopo essermeli gustati al Gods qualche anno fa, ero pure partito due mesi dopo con destinazione Londra (senza biglietto…) e me li ero bevuti in Terra d’Albione con un tagliando miracolosamente recuperato da un bagarino d’origine napoletana mosso a compassione, e da allora li aspettavo a casa nostra con un’ansia tenuta a bada solo a colpi di Tavor…

Finalmente tornati nel regno di spaghetti-pizza-mandolino nelle vesti di headliner, Dee Snider e soci snocciolano una grandinata di inni al rock più puro e oltranzista con rara grandeur: si celebra il 25° anniversario dell’uscita dell’album “You can’t stop Rock’n’Roll” e il quintetto statunitense non si risparmia di certo. I loro hit ci sono praticamente tutti: da “Stay Hungry” a “We’re not gonna take it”, dalla ritmata “I am, I’m me” alla pluridecorata “I wanna rock”, passando per momenti più melodici come “The price” (dedicata dal buon vecchio Dee alla moglie Susan) a momenti scenografici e indiavolati come “Burn in hell”, dove il parruccatissimo frontman fa le veci di un novello Belzebù e si prende l’ovazione (l’ennesima) della folla, chiudendo con la terremotate “SMF”, amatissima dai fans e cantata all’unisono dalla platea.

La band segue il proprio leader con una botta sonora degna di un treno merci in corsa, e fa la sua parte per intrattenere il pubblico: il pasciuto Jay Jay French ed il mite “Fingers” Ojeda fanno da contraltare al dinamitardo e tarchiatissimo AJ Pero e al minaccioso Mark Mendoza (del quale si segnala una preoccupante somiglianza con Martins…), che oltre a suonare/prendere a pugni il proprio basso ci diletta anche con il piegamento di due aste del microfono, con buona pace del service…

Il pubblico gradisce appieno l’esibizione, e dalla prima all’ultima fila si capisce chiaramente che non ci si aspettava altro che un ritorno in Italia di questi incredibili personaggi: gente che ha preso a calci la clessidra del tempo e che, nonostante la propria età (siamo intorno ai 55 anni….), dimostra cosa sia l’adrenalina pura al servizio del rock’n’roll. Dee Snider in particolar modo gode ancora di un’atletismo che buona parte dei suoi colleghi ben più giovani possono soltanto sognare, e un fisico ancora pronto e reattivo. Ciò che però non stupisce più nessuno è la sua abilità di frontman: pochi sono quelli che possono tenere nel proprio pugno tutta la folla con una simpatia e una comunicatività come quella di questo istrione biondo. Far cantare in diretta da migliaia di persone “Happy birthday” per la moglie è roba da pazzi….Il rapporto di questa band con il proprio pubblico riassume, in un certo senso, il significato del rock: quello di unire persone molto distanti tra loro, nel senso più ampio del termine. A tratti, ho avuto l’impressione che il pubblico non fosse solo fatto di ascoltatori, ma si trattasse proprio di un’armata, di una curva da stadio, tanta era la compattezza e la convinzione verso l’infallibilità musicale della band.

Un plauso enorme a Snider e soci, che han fatto esattamente ciò che ci si aspettava. Ci han regalato rock, decibel, sudore e passione. Esco dal palazzetto con i balordoni e un sorriso da Joker sulle labbra, ed è una delle sensazioni più belle del mondo. Speriamo di rivederti presto vecchio Dee… e soprattutto speriamo che la tua signora ti sopporti ancora a lungo!!! Ma ve lo immaginate ad averlo come papà uno così????
FaustoBaldo

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NEW YORK DOLLS
24 Luglio 2008 - Stezzano (BG)

Syl Sylvain è un monumento al cattivo gusto. Non lo dico io, l'ha detto – e a ragione - David Johansen. Qualcuno suggeriva Luca Sardella... Bé, il sopravvissuto chitarrista dei New York Dolls assomiglia più che altro ad Alvaro Vitali e fa ridere almeno quanto Pierino quando lancia in aria il plettro e – zero – non riesce a prenderlo neanche una volta. Syl Sylvain è eccessivo, un monumento al cattivo gusto appunto, e noi lo adoriamo perché dismessi i vestiti da donna si diverte ancora, e tanto, indossando la coppola, un paio di pantaloni viola agghiaccianti, un fazzoletto sfrangiato al collo vagamente abbinato agli stivali scamosciati e un polsino imbarazzante, con un gatto nero che lui – Sylvain - indica in continuazione dicendo “sono io, sono io”.

Il concerto di giovedì scorso, a Stezzano in provincia di Bergamo, aveva un non so che di bizzarro, naive. Sembrava di stare alla festa della birra, con il tendone e la cover band di Vasco pronta a salire sul palco. E invece, sul palco, sono saliti i New York Dolls. Ecco, li avevo visti all'Estragon di Bologna un paio di anni fa e lì, nonostante l'atmosfera da grande e atteso come-back, non mi avevano tirato scemo. Alla festa della birra di Stezzano, che poi è il Druso Under the Sky Festival – e ricordiamolo: a tre centimetri dalla batteria c'era l'autostrada, a due centimetri dai camerini il bingo più grande della Lombardia (e probabilmente del mondo) e a un centimetro dal tutto, appoggiato alle transenne, c'ero io – sono stati strepitosi.

Perché i New York Dolls nel XXI secolo, a quasi quarant'anni dal primo omonimo album e da quell'altra bomba che è “Too Much Too Soon”, rimangono una band della madonna. Sono partiti leggermente sottotono con “Babylon”, “Puss 'n' Boots” e “We're All In Luv” (dettagliatissimo eh? Ho la scaletta attaccata al muro alla mia destra) e dopo è stato il delirio, dalla scontatissima cover di Janis Joplin al tributo al compianto Bo Diddley. E a questo punto, su “Pills”, vale la pena ricordare il nostro Syl Sylvain che mima il pompino, con la bocca a culo di gallina e un agile movimento del polso.

Voto al pubblico sette e mezzo (maturo, salvo i punk di turno obbligati a pogare), otto a quelli che hanno lanciato un regalo a Steve Conte che, durante il tour in Italia, sulla sua pagina di MySpace si gasava dicendo a tutti che avrebbe trascorso giornate da sogno nella sua motherland. Mr. Conte riesce ad abbinare cravatta, coccarda puntata al gilet e chitarra: tanto di cappello, anzi – fan di Syl Sylvain come siamo – tanto di coppola.

Per chi non c'era, altre canzoni suonate in ordine sparso: “Fishnets & Cigarettes”, “Dance Like A Monkey”, “Trash” e “Jet Boy”. Per quanto mi riguarda, l'apoteosi del rock and roll si è raggiunta con “Human Being” che mi ha provocato torcicollo e dolori vari per almeno i due giorni successivi al concerto.

David Johansen - abbigliato come una mamma che acquista vestiti yé-yé dai cinesi al mercato e quindi jeans attillati a vita bassa, cintura borchiata-brillantinata, maglietta scollata turchese altrettanto brillantinata e stivaletti bianchi alla Adriano Celentano - ha ben pensato di cambiare t-shirt prima dei bis. Alla domanda di Syl Sylvain “ma perché ti sei cambiato?” la risposta è stata un immenso “non lo so”. Seguono “Personality Crisis” e “Tommy”, ciao-arrivederci-buona notte Milano, che poi è Stezzano provincia di Bergamo.

Signore e signori, questo è puro spirito rock and roll, mica cazzi. Dispiace un po' trascurare il batterista – credo si chiami Brian Delaney – ma gli manca quel non so che per farcelo piacere. Ovviamente, non mi sono dimenticato di Sami Yaffa che, perdindirindina (Hanoi Rocks-JetBoy-Demolition23-eaggiungetecipurequellochevolete), ha uno stile che lascia senza parole. Saranno i mocassini viola, sarà quell'aspetto zingaro, che sarà – sarà quel che sarà. Que sera, sera, whatever will be will be.
Miguel Basetta

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