old review: 1 2 3 4

Etichetta:
Roadrunnerl Records
Anno:
1992
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
5 Euro
Sito Web starfuckerstar.com

 

STAR STAR
“The love drag years”

Quando questo disco uscì, nel 1992, quindi in un momento decisamente difficile per chi suonava qualcosa di diverso dal grunge, chi ascoltava metal non fu particolarmente entusiasta del disco degli Star Star, dicendo che c’era troppo punk, mentre chi ascoltava punk non esitò a lamentarsi, affermando che c’era troppo metal. Un po’ come quando ordinate la pizza e vi lamentate perché i pezzi di cipolla sono tutti da una parte o perché non ci sono abbastanza acciughe. Effettivamente, “The love drag years”è difficile da collocare, in quanto chiarissime influenze rock e glam sembrano convivere pacificamente con uno stile vocale e una serie di sonorità tipiche del punk, costituendo un disco ricco di contrasti, come avremo modo di vedere.

Gli Star Star nascono nel 1986 a New York, con una formazione originale che comprendeva una donna, Carol Marrujo, alla voce, poi sostituita da Johnnie Holliday, il bravo Jay Hening alla chitarra (che ha successivamente lavorato anche con Michael Monroe), e tali Weeds al basso e Deon alla batteria. Il disco esce per la Roadrunner, etichetta che ora ospita al suo interno gente come King Diamond, Cradle of Filth, Nightwish, Soulfly, Obituary e Slipknot (come dire: un leggero cambio di genere).
La presenza di netti contrasti, sia per quanto riguarda le musiche che i temi trattati in esse, si nota già a partire dall’iniziale “Fly boy”, che inizia con un riff di chitarra chiaramente ispirato all’hard rock ottantiano, ma immediatamente dopo le ritmiche e il modo di cantare si rifanno chiaramente al punk, mentre il guitar solo a metà canzone attinge di nuovo a piene mani dal glam. La title-track ha invece una struttura più complessa e una serie di cori nel ritornello che si rifanno al primo Bon Jovi; “Cowboys in space” ha fonti di ispirazione evidenti nel blues e al country, grazie a sottofondi di pianoforte e chitarre acustiche che fanno piombare l’ascoltatore in un polveroso saloon durante una jam session a fine serata. Al contrario, “Baby shoulda’ konwn” e “Treasure of trash” (a parte il finale blues) tornano a spalancare le porte delle sonorità punk.

Per chiarirci, non si tratta di quel punk grezzo, suonato male, con tre accordi messi in fila per caso e registrato ancora peggio, così come mancano i temi dell’impegno sociale che tanto spesso affollano questo genere. Anzi, i testi si rifanno quasi esclusivamente a questioni care al glam, ma nonostante le sonorità allegre, c’è sempre un fondo di profonda tristezza e di spersonalizzazione, in netto contrasto, appunto, fra loro. Le donne sembrano tutte uguali: o fanno la figura delle megere o sono degli angeli irraggiungibili, le vie di mezzo non esistono e tutte sembrano vivere in un’altra galassia (non a caso il tema dello spazio e degli extraterrestri ricorre spesso in tutto il disco). Gli uomini, al contrario, o sono ignorati e vivono nel loro misero microcosmo, oppure sono identificati solo con il loro mezzo di locomozione, auto o moto che sia, con il quale sembrano fondersi fino a creare un’entità unica, a sua volta priva di personalità. Lo stesso disegno di copertina, il volto di un personaggio di sesso maschile che si mette un pesante rossetto, la cui mano stringe una sigaretta mezza consumata e sul cui polso spicca una cicatrice da tentato suicidio, è segno che dietro l’allegria si nasconde qualcosa che tormenta e rende inquieti.

La storia del gruppo ha poi, in parte, confermato questo spettro di tristezza. Nel 1995 Johnnie Holliday ha subito un gravissimo incidente d’auto che lo ha costretto a cure durate svariati anni e ad una conseguente pausa forzata dal mondo della musica, nel 1997 c’è stato il suicidio di Jay Henning e nel 1999 è morto anche Deon, a causa di un cancro. Per fortuna Holliday sembra essersi ripreso, ed è bello vedere che gli Star Star esistono ancora, con una formazione nuova e un secondo cantante che dà man forte ad Holliday, probabilmente ancora caotici e disorganizzati come il loro sito web, ma ancora carichi e convinti.
Anna Minguzzi

Etichetta:
Elektra Records
Anno:
1973
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
15/30 $
Sito Web www.jobriath.org

 

JOBRIATH
“Jobriath”

Recensire questo disco per me rappresentava una sfida, più volte rimandata tra ripensamenti e divagazioni, fogli scritti e puntualmente buttati nel cesso, alla ricerca di parole idonee a trasmettere almeno parte delle tante emozioni che provo ad ogni ascolto. Non è facile perché è un album molto particolare ed intimista, una sorta di ideale connubio tra musica rock, arte teatrale, cinema e poesia, degno parto di un artista vero, a tratti geniale, la cui bravura purtroppo fu eguagliata solo dalla sfortuna che lo perseguitò fino alla prematura scomparsa nel 1983. Se fossi al cospetto di un “normale” rock album non avrei troppe difficoltà nel descriverne i brani con i soliti artifici, fossero tutti “Rock of Ages” ci andrei a nozze: riff meravigliosamente rock’n’roll, cantato da far invidia al Bowie più glamour e puttanesco, refrain indovinatissimo per un brano spesso in rotazione sul mio stereo e prima scelta per le mie compilations…. già, fossero tutti così sarebbe facile, ma sarebbe solo un “altro glam album” e non Jobriath. Ignorato e dimenticato per decenni, Jobriath (nato Bruce Wayne Campbell il 14 Dicembre 1946) torna improvvisamente alla ribalta nel 1998 grazie al famigerato (e per me bellissimo) film “Velvet Goldmine”, che proprio di lui sembra parlare, come si evince facilmente dal look, dalle pose ed addirittura dalla cover di un album del protagonista Brian Slade.

Al primo impatto, anche grazie al look alieno/androgino ed alle tematiche affrontate è impossibile non compararlo a Bowie/Ziggy ma è sbagliato considerarlo un clone, i brani del disco brillano di luce propria esaltando la forte personalità di Jobriath, gli arrangiamenti ed il cantato sono volutamente maestosi e teatrali, con richiami tanto ai musical di Broadway quanto al cinema muto, al glam Cabaret degli Sparks ed a tematiche Sci-fi tanto in voga nei primi anni 70. Difficile restare indifferenti a brani come “Take Me I’m Yours”, “Be Steel”, “Movie Queen” o “I’Maman”, impossibile non sognare un incontro ravvicinato di “69simo” tipo al suono di “Earthling” e “Space Clown”. L’intero album è intriso di lirismo e passione, spesso con il piano in evidenza e chitarre relegate ad un ruolo secondario pur mantenendo connotati rock’n’roll anche grazie alla collaborazione di session man di lusso come Peter Frampton, ma il meglio Jobriath lo dava on stage, trasformando un “semplice” concerto in uno spettacolo a tutto tondo, difficilmente i pochi fortunati spettatori dimenticheranno le sue interpretazioni coinvolgenti ed il look ispirato a Marlene Dietrich e Gloria Swanson, indice della sua sessualità dichiaratamente omo, che contribuirà in maniera determinante a stroncarne sul nascere la carriera.

Eh già, perché il bigottismo imperante (ed ahimè ben lungi dall’essere superato ai giorni nostri) nell’AmeriKa dell’epoca non perdonò il suo dichiararsi apertamente gay e l’ostracismo serrato nei suoi confronti lo costrinse a ritirarsi dalle scene prima di dimostrare, al di là ed al di sopra del battage pubblicitario della casa discografica, il suo reale ed immenso valore, gettandolo in una profonda crisi che, tra alcoolismo, abusi vari e prostituzione, lo porterà alla solitaria morte avvenuta in una squallida stanza del (in)famoso Chelsea Hotel di N.Y. Recentemente è stato stampato un CD antologico dal titolo “Lonely Planet Boy” che, anche se non mi trova pienamente d’accordo sulla scelta dei brani inclusi (fra le assenti proprio l’highlight “Rock of Ages”… bah…) può risultare molto utile per un primo facile approccio a questo grande interprete. Per i vinyl-junkies un solo consiglio: cercatelo!
Gaetano Fezza

Etichetta:
Shrapnel Records
Anno:
1990
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
15 Euro
Sito Web www.richiekotzen.com

 

RICHIE KOTZEN
“Fever Dream”

In un certo periodo della sua vita, il giovane originario della Pennsylvania Richie Kotzen avrebbe potuto scrivere sulla sua carta di identità “professione: sostituto“. Non che ci sia niente di male in questo, anche se “Native tongue” è effettivamente il disco più controverso dei Poison, e se dopo non molto tempo dal suo ingresso nel gruppo al posto di Paul Gilbert i grandissimi Mr.Big intrapresero il loro Farewell Tour.
Quello che forse non tutti sanno è che l’illustre sostituto ha dalla sua un’attività da solista estremamente fiorente e molto varia, che ha subito una drastica evoluzione nel corso degli anni Novanta e che si fregia della collaborazione di due nomi illustri come quelli di Greg Howe e del recentemente scomparso Stanley Clarke.

Prima di inoltrarsi nella giungla della fusion, per approdare agli ultimi dischi, che ormai contengono solo ottimo rock-blues, a partire dal 1989 Richie Kotzen sforna tre album di ottimo e sano hard rock, di cui Fever dream è il secondo in ordine di tempo e il primo per gusto e bellezza dei pezzi. Siamo nel 1990, e Kotzen (lo si vede chiaramente dalla foto di copertina) ha da poco smesso di giocare a baseball in cortile e ha a stento imparato a farsi la barba. Nonostante questo, gode della fiducia incondizionata di Mike Varney, canadese, ex chitarrista dell’hard rock band Cinema, fondatore della Shrapnel Records (una delle prime etichette heavy metal indipendenti negli USA) e soprattutto grande promotore e sostenitore della figura del guitar hero moderno. È lui a pagare il biglietto dell’aereo a un giovane (e magro) Yngwie Malmsteen per andare via dalla Svezia, è lui a pubblicare per anni i lavori di (giusto per citare i nomi più noti) Jason Becker, Michael Lee Firkins, Darren Housholder e così via. Varney dà inoltre il suo contributo concreto suonando, in Fever dream, il primo assolo del lungo brano “Things remembered never die”.

Il secondo disco solista di Richie Kotzen contiene, a parte un paio di eccezioni, brani che non superano i tre minuti e mezzo di lunghezza, incisivi e interessanti forse proprio grazie a questa loro breve durata, in cui Richie, oltre che suonare, canta. La durata è comunque sufficiente a produrre una serie di pezzi caratterizzati da una notevole varietà, da cui traspare la diversità di generi da utilizzare come fonti di ispirazione. Per questo motivo non ci si deve stupire di trovare, uno accanto all’altro, un grande uso del wah, uno stacco strumentale con forti richiami neoclassici e una strofa in 4/4 tipicamente rock, come avviene in “Fall of a leader”, un pezzo blues come la già citata “Things rememberd never die”, che tratta il tema del ricordo dell’amore perduto, hard rock dai suoni limpidi, solari e quasi beffardi in “Dream of a new day” e specialmente in “Money power”. Resta da segnalare che alla batteria figura l’ottimo Atma Anur, personaggio di spicco del panorama hard rock di quegli anni, grazie alle sue collaborazioni con Cacophony, Marty Friedman, Billy Sheehan e Tony Macalpine. Insomma, varietà compositiva e una grande tecnica che si fondono insieme in modo inscindibile: niente male per uno sbarbatello sostituto.
Anna Minguzzi

Etichetta:
Music Avenue
Anno:
1999 (Canada) 2001 (Europa)
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
19 Euro
Sito Web www.leeaaron.net

 

LEE AARON
“Slick Chick”

Karen Lynn Greening, donna di belle speranze nata in Ontario nel 1962, deve la sua fortuna al THE LEE AARON PROJECT BAND dove lei suonava le tastiere e si divertiva nel supportare il singer con i suoi cori (si parla del periodo 1980/82 – nda). Il destino ha voluto che la sua bellezza, la sua professionalità e la sua perspicacia la portassero invece come lead singer del gruppo. Sfortunata, se vogliamo, ha dovuto poi mantenere questo nomignolo anche nel futuro nonostante non fosse né suo né di sua proprietà. Dopo scazzi&mazzi tra compagnie discografiche, cause vinte e buone partecipazioni a MTV e MuchMusic (Canada/nda) la nostra bella rockettara Karen/Aaron ha proseguito in una brillante carriera discografica nel mondo dell’Hard Rock e del PompAoR giungendo a premi e a tutte le Top40 del mondo. Grunge, matrimoni in crisi e difficoltà economiche, han fatto il resto.

Sparita dal music-biz e presente a singhiozzo in varie manifestazioni canore canadesi con alcuni albums rilasciati nella metà degli anni novanta passati in completa sordina, ritorna a sorpresa in alcuni night-club jazz di Toronto e Vancouver dove viene pagata a peso d’oro per la sua capacità espressiva e per la validità della band che l’accompagna (The Swinging Barflies), riportando in auge un Jazz coadiuvato da un Rhythm&Blues anni cinquanta.
La scelta di rendere disponibile un cd con queste performances diviene obbligatoria per le continue richieste di serate in giro per il Canada. Mentre tenta di ripercorrere le sue vecchie strade rockettare in alcuni piccoli Festivals del Nord America, incide per la gloria e per il denaro sonante anche questo album che, ahimè, fa dimenticare tutto quello che di buono Lee Aaron aveva fatto nel passato.

Certo, vivere con la propria voce non è mai stato facile e non la giudico per la scelta fatta anche perché ha sempre mantenuto un ottimo rapporto coi fans e con tutta la marmaglia che l’ha aiutata negli anni addietro ma almeno so che l’unica contenta, oltre alla sua bancaria di fiducia, c’è pure la madre che aveva sempre rifiutato l’aggregamento al filone hard&heavy della giovane Lee. Insomma, qualcuno contento c’è e se ci aggiungiamo il pubblico dei Jazz Clubs canadesi (che ignorano il passato di questa affascinante signora e pure mamma…/nda) possiamo solo tirare un sospiro di sollievo alla notizia che un futuro contratto per un disco AoR dovrebbe esserci a momenti… beh… intanto gustatevi Lee Aaron in veste Frank Sinatra al femminile.
Il genere, che non mi appartiene, mi fa segnalare solo la suadente e bellissima “Chaser of the blues” magniloquente piano-ballad… superba.
Marco Paracchini

Etichetta:
Blue/Black Records
Anno:
1992
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
26 Euro
Sito Web www.lillianaxe.com

 

LILLIAN AXE
“Poetic Justice”

New Jersey. Uno Stato, un perché. Dal NJ sono uscite diverse valide bands e alcune star sono ancora nel music biz a dettar legge (Jon Bon Jovi e Springsteen giusto per citare le due icone del rock del NJ!) ma fu anche uno stato colmo di minori bands che si imposero sul mercato per diverso tempo. Una di queste band fu proprio la dannata bestia crea-soldi a nome di Lillian Axe. La bellezza, la tecnica e la vivacità di questi cinque girovaghi li condussero sino alla top100 e il singolo “True believer” giunse addirittura al 37° posto della classifica rock americana. Non male se pensiamo che all’inizio ebbero un contratto di un solo disco che venne trasformato in un contratto per tre dischi nel giro di pochi mesi… se poi ci mettiamo anche lo zampino di Robbin Crosby (chitarrista dei RATT) che volle promuovere e produrre il primo ed omonimo disco (1988), è fatta… i L.A. furono già da subito destinati al successo!

Il disco recensito è denso di emozionanti brani che lasciano senza respiro dall’inizio alla fine.
Il singolo “True believer”, escludendo il ritornello forse un po’ scarso, rende da subito l’idea che questi fanno sul serio e che l’esaltazione va vissuta nota dopo nota assaporandosi in pieno le grandiose strofe che rimangono in testa sin dal primo ascolto. La ballata elettrica “See you someday” fa sorridere amaramente, oggi, ripensando agli ultimi sparuti respiri di bands dedite ad un romanticismo spietato come solo i capelloni sapevano fare. La strofa, rimembrante qualcosa fatto dai QUEEN ma sfuggente alla mia memoria, è zuccherosa e densa di emozioni con la voce di Ron Taylor sempre sugli scudi. La successiva “Living the grey” è apprezzabile nel riffing settantiano d’apertura e, saltando di un paio di brani, giungerei a “Mercy” che appare come l’unico capitolo un po’ più pesante del cd ma che sa rendere molto bene grazie all’arpeggio classico interroto a scatti dalle potenti e roboanti chitarre elettriche. Peccato per il ritornello completamente fuori sintonia.

Momento di globale armonia: “The promised land”. Una canzone, una ballata, una melodia indimenticabile, un testo malinconico da lacrimuccia… insomma, una di quelle chicche che ogni gruppo avrebbe voluto scrivere. Se poi la ascoltate nel contesto giusto non può non lasciarvi indifferenti e diverrà come nicotina per i vostri polmoni… immancabile!
I Lillian Axe sono ancora in giro a suonare nei club e due anni fa hanno pure inciso il primo live della loro carriera ma l’idea mia e di molti loro fans è quella di tenere gelosamente i primi tre album e questo “Poetic Justice” che io riintitolerei “Poetic Rock”!
Buy or Die!
Marco Paracchini

Etichetta:
Blue/Black Records
Anno:
1999
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
12.00 Euro
Sito Web www.blueblack.com

 

THE GONE JACKALS
“Blue Pyramid”

"Blue Pyramid" è il terzo (e per ora ultimo) album della hard rock'n'roll band di San Francisco, "The Gone Jackals".
Il disco segue la scia "biker hard rock'n'roll" del precedente e fortunato cd "Bone To Pick" (datato 1995, reso celebre grazie alla Lucas Art per la grandiosa colonna sonora di uno dei videogame più venduti di sempre, "Full Throttle"). Molto energico, a volte psichedelico, "Blue Pyramid" è un cd molto bello e soprattutto particolare.
Il disco apre con "Covering Hallowed Ground", che passa dall'atmosfera mistica dell'intro al potente riff hard rock della strofa. Il pezzo è uno dei miei preferiti del cd, potenza pura, così come "Crank It Up!".
"Business As Usual" è uno dei singoli dell'album e ci riporta alle sonorità del disco precedente. Un classico dei Gone Jackals. In "Alone At Last" si alternano heavy e rock'n'roll, mentre la quinta traccia, "No Sign Of Rain", è l'altro singolo dell'album che è arrivato ventesimo in una "top 40" Californiana, davanti a volti noti del music business come Samantha Fox e Natalie Imbruglia... cool!
Poi troviamo "Bustin' A Move", pezzo hard rock'n'roll che rimane fedele allo stile della band. "13x" inzia con un bell'arpeggio, ma poi si carica alla grande. Sicuramente una delle canzoni più potenti che la band abbia mai composto.

Nella seguente traccia, "Evil Twin Sisters" (molto blues), Keith Karloff lascia spazio alla voce dell'altro chitarrista, Judd Austin, che mette in mostra una bella voce bluesy.
Un bell'intro di basso abbinato ad un gioco di piatti introduce "That Blows My Mind". Anche questo è davvero un bel pezzo.
"Barrel Of Crabs" e "Keep It Under Your Hat" vanno a ritmo di blues, mentre la traccia finale che da il nome al disco, "Blue Pyramid", inizia molto psichedelica e continua con un hard blues sostenuto, ma che comunque mantiene l'atmosfera (specie sul primo assolo di chitarra). Nel complesso, "Blue Pyramid" è un disco molto buono, ben articolato, suonato molto bene e davvero originale.
Speriamo che la band ritorni con un nuovo lavoro visto che sono ben 5 anni che i fan aspettano con ansia qualcosa, anche il leader della band, Keith Karloff, sembra più concentrato con la sua nuova rock'n'blues band, "The Bonedrivers".
Carlo Mazzoli

Etichetta:
Slick Music, Inc.
Anno:
1998
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
15 Euro
Sito Web slickmusic.com

 

LITTLE CAESAR
“This Time It's Different...”

I Little Caesar hanno sempre saputo come far salire l'adrenalina e allo stesso tempo deliziare con le loro doti musicali. Questo cd di rarità è datato 1998, 6 anni dopo l'uscita dell'ultimo cd della band, "Influence" che vide appunto Earl Slick alla chitarra al posto di Apache (che lasciò la band per problemi con l'etichetta).
"This Time It's Different..." poteva significare la fine dei Little Caesar, ma a quanto pare la band suona ancora a Los Angeles e chi lo sa (speriamo), potrebbero tornare con un nuovo cd a distanza di 5 anni!
Tenendo viva la speranza, ora parliamo un pò di questo sorprendente cd.

La traccia d'apertura, "Hell To Pay" è un inedito, hard rock, potente... dove si nota molto il marchio di fabbrica della band. Poi abbiamo "Downtown Mama" (che in realtà il demo di "Down'n'Dirty", cambia solo qualcosa nel testo) e "Ain't Got It" (versione demo). La prima è bella ugualmente, ma la seconda a dire la verità la preferisco in questa versione, con il finale velocizzato e più energico... davvero una bella chicca!
"So Damn Tired" è davvero un bel blues, forse uno scarto di "Influence"... magari gli è stata preferita "Slow Ride". Molto, molto bello.
La quinta traccia "Same Old Story", invece è una R'n'R song trascinate che ricorda gli episodi più movimentati del southern rock. Coinvolgente. Subito dopo, ecco una delle mie canzoni preferite di Caesar. "Tell Me that You Love Me". Amo questa canzone, una ballad malinconica che tocca il cuore... assolo da pelle d'oca.

Poi, si ritorna a suonare musica per veri duri con "Old Enuff To Know Better", mettendo in mostra il gran carisma di Ron Young. Hard blues che sembra descrivere paesaggi notturni. Uno dei miei pezzi preferiti in assoluto.
Mentre "New Life" e "All Revved Up" sono 2 pezzi rock'n'roll molto gradevoli, molto belli i cori sui rispettivi ritornelli. La numero 10, "Good Lickin'" ha un riff stupendo, un hard rock da paura! Insieme a "Old Enuff To Know Better" e "Tell Me That You Love Me" è la mia canzone preferita del disco. Scarica di adrenalina, potenza allo stato puro. Con "Ridin' On" (demo) reincontriamo le canzoni demo. Chissà qual'è meglio tra questa versione demo e l'originale? Il cd chiude con "Down'n'Dirty" e "Ballad Of Johnny", 2 classici della band proposti live. Ottima esecuzione.
Non c'è che dire, gran bel cd di rarità. Consigliato a chi ama veramente l'hard rock'n'roll.
Carlo Mazzoli

Etichetta:
MCA
Anno:
1990
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
25 Euro

 

BLUE TEARS
“Blue Tears”

Nell’immenso panorama Hard Rock che ci ha circondato negli anni passati, ecco spuntare di tanto in tanto alcuni nomi incredibili come questi BLUE TEARS. Semi-sconosciuti all’epoca sono ora un cult-album da possedere gelosamente nella propria fonoteca.
Dal Tennessee il vocalist Gregg Fulkerson, già leader in band minori ai tempi del liceo, sforna in compagnia degli amici Bryan Hill (ch), Mike Spears (bs) e Charlie Lauderdale (bt) il disco d’esordio col contratto promesso dalla MCA.

E’ il 1990 e riescono, grazie all’appoggio di alcune radio locali, a scavalcare la vetta network dopo network, riuscendo a suonare in gran parte degli Stati Uniti. Quasi mezzo milione di copie vendute, un contratto per il secondo album svanito nell’arco di pochi mesi e tante belle speranze.
I BLUE TEARS svaniscono nel nulla come altre centinaia di bands lasciando un granitico e pomposo album di Arena Rock dei bei tempi, sorretto da riff e cori da stadio alla BON JOVI e alla DEF LEPPARD. La voce infatti ricalca in pieno le linee vocali del bel Jon Bon Jovi e le linee chitarristiche cercano di ricreare atmosfere molto vicine all’album “NEW JERSEY”.

L’apertura, affidata a “Rockin with the radio” è Pomp Rock all’ennesima potenza, mix tra i DANGER DANGER e i TREAT ma i momenti migliori giungono anche con “Halfway to Heaven”, delicata ballad dal sapore retrò, tra BAD ENGLISH e DEF LEPPARD, con “Innocent Kiss” tra i BON JOVI dell’88 e le produzioni di ALICE COOPER (epoca “Poison” / nda) e “Thunder in the night” esplosiva come l’opener e pomposa come solo in quegli anni poteva essere, che chiude l’album e rappresenta in un certo senso la forza e la disperazione di un movimento che avrebbe potuto ancora dare qualcosa.
Imperdibile.
Marco Paracchini

Etichetta:
CBS
Anno:
1986
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
20 Euro

 

FASTWAY
“Trick Or Treat”

I Fastway sono uno di quei gruppi di cui tutti ricordano il nome ma nessuno ne ricorda la musica.
Mi ricordo che quando sentii parlare di loro chiesi informazioni in giro e tutti i colleghi, per far vedere che sapevano tutto o quasi, davano le loro coordinate assurde…chi diceva fossero un aor alla Journey, chi simili ai BonJovi del primo disco et similia ma, a onor del vero, poche furono le coordinate stilistiche giuste.

I Fastway escono sul mercato nel 1983 (mese più mese meno…) rilasciando un Lp di tutto rispetto dove, a farla da padrone, sono riff di hard rock simil AC/DC che sfociano sempre in accattivanti chorus. Il disco del 1986, uscito in Italia un anno dopo (?) venne scritto e arrangiato per la colonna sonora del film grottesco “Trick or Treat” con Marc Price e Tony Fields (di cui fu ripresa la trama e trasformata in un pornomovie dallo stesso titolo! nda). Era strano che una band, all’epoca, potesse scrivere un intero album prodotto dalla stessa casa di produzione del film e, ancor di più, giungeva strano l’aspetto della scelta, caduta proprio su un gruppo rock (o Pop Metal come lo chiamano alcuni) che non aveva una grande scia di fans. La scelta, tutto sommato, si fece sentire poiché il disco ebbe più fortuna del film e, a riascoltarlo oggi, pare proprio di potersi godere, in santa pace, un album di godibilissimo hard Rock dei bei tempi.

L’opener “Trick or treat” pare uscire dal bel mezzo di una colluttazione artistica e creativa tra i KIX e i MOTLEY CRUE del 1987. La seconda traccia “After Midnight” risente di un’impronta à là GRAND PRIX mentre la terza “Don’t stop the fight” sembra essere un brano scritto dai primi BONFIRE. La non brillantissima “Stand up” ripercorre comunque le coordinate stilistiche dei gruppi sopraccitati aggiungendo, se mi è permesso, anche una spruzzatina dei primissimi brani targati MSG.
La veloce “Tear down the walls” lascia spazio al lugubre intro di “Get Tough” che apre poi in una veste decisamente hard rock. “Hold on the night” è rock n roll à là GREAT WHITE mentre “Heft” ripercorre, fedelmente e anticipando di brutto sulle date storiche, una sterzata decisa sul genere, ampliando la grezzezza del sound e sporcandosi di vesti più metal. La cosa non accade per l’ultima “If you could see”, power balld che mi ricorda un po’ i cristianissimi WHITE CROSS che chiude onestamente l’album.
Se amate alcune delle bands che ho citato, potreste decidere di acquistare l’album poiché, sono sicuro, anche se si tratta di solo nove canzoni, le vostre orecchie e soprattutto i vostri vicini di casa apprezzeranno il sound roccioso che questi Fastway sanno esprimere!
Solo per intenditori.
Marco Paracchini

Etichetta:
Revolver Records
Anno:
1986
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
20 Euro

 

WHITE SISTER
“Fashion By Passion”

Non so se siano i tempi andati o la mia incredibile mole di obbiettività ma mai ho capito il successo discografico (più per gli animi di molti che non commerciale) del primo disco dei WHITE SISTER, designato dalla maggior parte dei recensori come un album imperdibile. Sarà ma, non avendolo mai apprezzato troppo per l’eccessiva dose di noia costante, mi sono rifatto (in parte) col loro secondo e più “sfortunato” album, quello che sto recensendo.

Questo album, rispetto all’esordio, risente di una maggiore attenzione per la masterizzazione e il mixaggio dei suoni ma dista assai dalle vene più rockettare di quando Greg Giuffria ci mise lo zampino (produttore del primo album). La vena compositiva si firma di episodi al limite del pop commerciale come la traccia che dà il nome al cd pur immettendo brani più densi di energia e spirito Pomp Rock, come l’energica ed esaltante “Dancin’ On Midnight”, unico neo di bellezza nell’intero album.
E come in ogni classico disco di Rock pomposo non poteva mancare la ballata spezza cuori e “Save me tonight” ricalca appieno lo stile del tempo pur dando maggior spazio al pianoforte di quanto non facessero molti altri colleghi. Debole nel ritornello (vi invito a non fare una smorfia quando giunge il ritornello… è impossibile!) è comunque un brano godibile per il pathos delle strofe e dei bridge.

Dennis Churchill ha donato la sua ugola a questo progetto (anche le dita al basso!) ma non ebbe modo di riprendere le sue sorti canore nel futuro. L’effetto piattezza si sente nonostante gli sforzi. L’aspetto tecnico, delegato a Rick Chadock (ch) e Richard Wright (bt) non fa una piega ma, nota curiosa, le tastiere presenti in tutte le canzoni, non si sa chi le suoni.
Inutile cover dei Beatles (Ticket to ride) cerca di donare spazio più intellettuale non riuscendo comunque nell’intento. Otto tracce erano troppo poche anche per il 1986 e l’aggiunta di una cover la trovavo allora e la trovo oggi, una bieca soluzione per ricorrere ai ripari quando non si sa proprio che cazzo aggiungere… e poi tanti gruppi dichiaravano di avere pronte 40 canzoni ad album… sarà ma mi sa che gli anni ottanta ci hanno un pochino illusi sulle effettive capacità di alcuni personaggi.
Solo per intenditori.
Marco Paracchini

Etichetta:
EMI / Mercury
Anno:
1986
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
20/40 Euro

 

TREAT
“The pleasure principle”

I nordici TREAT hanno avuto il loro meritato successo con l’album del 1988.
Portati come guest bands in tutti i Monsters Of Rock europei di quegli anni (sino al 1990, data dello split col cantante ufficiale Robban Ernlund - !!) si riformarono nel 1992 (con l’ex singer degli SWEDISH EROTICA ai microfoni) perdendo le coordinate stilistiche che li resero una sorta di fotocopia degli EUROPE degli anni d’oro.

Pur correndo l’anno 1986, la produzione appare cristallina dando meritato spazio a tutti gli strumenti senza intaccare in nessun modo la voce limpida e nasale del leader. Le undici canzoni riportate in questo loro cd d’esordio, risultano essere molto più avanti rispetto a molti loro concorrenti d’oltreoceano. Qui si respira aria di gioiosa poesia rockettara dei tempi che furono, quando essere un tastierista aveva un suo perché e quando alcuni riff venivano scritti essenzialmente per infervorare le masse di energia rock n roll!

Bellissime “Rev it up”, classicissima apertura da disco Pomp come la suadente ballad elettrica “Take my hand”. Inutile dilungarsi nella lista anche perché, ogni pezzo, in questo contesto, ha il suo valore e la sua energia. Tra i succitati EUROPE e gli svizzeri CHINA, i Treat sapranno come soddisfare le vostre giornate da ansia post-grunge.
Marco Paracchini

Etichetta:
Demo
Anno:
1996
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
x Euro
Contact:
bcaser@tin.it

 

THE LAST BANDIT
“Dreams Come True”

Solo dopo aver ascoltato questo mini di quattro pezzi riesco a capire la passione di Jany James e Federico Martinelli per questa band milanese nata 1988 e con all'attivo un'altro demo intitolato "Vicious", che li portò a fare da spalla a LITFIBA e DOGS D'AMOUR durante il tour italiano.
Rudy (voce, chitarra), Sergio (chitarra, voce), Rena (basso, voce, armonica) e Luca (batteria, percussioni) nello loro composizioni lasciavano trasparire tutte le loro influenze musicali (Rolling Stones, Neil Young,...) e non (Bukowski o Fante), con un risulato davvero eccellente e che rammarica l'ascoltatore per la scomparsa prematura di questi grandissimi rocker italiani.

Se ora penso alle ultime produzioni di TYLA, e ad alcune mediocri band uscite in questi anni, rabbrividisco pensando che questo demo non ebbe la fortuna che si merita perchè il poker di canzoni che compone "Dreams Come True" è davvero notevole, ascoltate ad esempio "Jesus Loves The Bandit" (che ci fa capire quanto questa band abbia influito sul nostro JANY JAMES) o "Down (Da Da Da)".
"High" e "Smalltown" sono altri due episodi sopra la media che fanno di questo four-pieces il maggior esponente della scena italiana del tradizionale rock'n'roll britannico in stile FACES, DOGS D'AMOUR o QUIREBOYS.

Dopo questa release il gruppo provò la carta del cantato in italiano sotto il monicker di PORTO DEI SANTI, ma purtroppo gli esiti non furuno molto posiviti... In attesa di un'utopistica reunion affrettatevi e scrivete a questo indirizzo bcaser@tin.it, vedrete che non ve ne pentirete! ....le influenze le avete capite, per cui se volete del sano e sanguino rock n' roll sapete dove cercare e avrete un nuovo gruppo da inserire nella vostra discografia al fianco dei sopracitati nomi o dei meno conosciuti DOGTOWN BALLADEERS, SHAGHAI'D GUTS, DIAMOND DOGS, e perchè no, JANY JAMES!
Moreno Lissoni


Etichetta:
Savage Tunes
Anno:
1985
Reperibilità Italia:
Rep. Estero:
Prezzo Indicativo:
15/60 Euro
Sito Web:
www.youknow.com/
savage

 

SWEET SAVAGE
“Sweet Savage”

Bwah ah ah ah... Stavolta mi ride anche il buco del culo!!! Bwah ah ah ah... Se penso alla faccia da pirla di quella “tarma” di standista che da 3 anni cerca di rifilarlo alla Vinilmania per la bellezza di 60 euri (e nota bene: prima dell’avvento della maledetta moneta unica, chiedeva 60.000 Lire!!!), con quella crapa simil-pelata e gli occhietti spiritati tra il furbo, il minchione e l’avido non riesco proprio a trattenermi!! Toh!! Te l’ho messo e senza vaselina, ci ho messo più di un anno a cercarlo in rete ma alla fine l’ho pagato 15$. Bastardo te e tutti quelli della tua razza! Rivincite a parte, l’avevo già in CD-R, ma la mia passione per i vinili originali mi tormentava da tempo, lo volevo perché pur non facendo urlare al capolavoro rimane un disco di godibile e piacevole Glam Metal, un bel mix tra primi Motley Crue, Poison ed il Party Metal tanto in voga in quegli anni d’oro. All’epoca i cinque brani di quest’esordio autoprodotto con Dana Strum alla consolle, facevano ben sperare per il futuro di questi quattro ragazzi dalla buona attitudine capitanati da un acerbo ed androgino Joey C. Jones, che alcuni di voi probabilmente ricorderanno come singer dei mediocri GloryHounds nei primi 90’s.

Il mini LP riscosse un discreto successo che gli valse lo status di cult-band, poi purtroppo, come spesso accade nel music-biz, alcune scelte rivelatesi errate furono fatali ai nostri Selvaggi Glamsterz, per esempio quella – pare proprio dietro consiglio dello stesso Strum – di rifiutare alcune offerte da piccole Labels in attesa della grossa occasione... che non arrivò mai. Così la band rimase “al palo” fino a perdere del tutto visibilità e gli echi della loro piccola fama si spensero, ironia della sorte proprio mentre nasceva la stella dei Poison, che invece si “accontentarono” di uscire a budget ridotto per la piccola Enigma calamitando l’attenzione di quella frangia di fans che avrebbe potuto proiettare Joey e soci nell’olimpo del Rock’n’Roll... il resto, come si suol dire, è storia. Cinque i brani dicevo - tra cui una piacevole versione di “Fox On The Run” degli Sweet - semplici e diretti, ben suonati e prodotti, Joey ricorda molto il primissimo Vince Neil con voce ancor più efebica, i refrain sono decisamente “catchy” senza mancare d’impatto grazie all’abile ed affiatata sezione ritmica ed ai riffs metallizzati ma senza fronzoli di Chris Sheridan. Basta un ascolto per imparare a memoria “On The Rocks”, “Do Ya” e “Head Over Heels”, mentre la power ballad “Break Away” pur non essendo male è in linea con tante, troppe canzoni del genere e mi pare manchi quel pizzico di personalità (pur vero che le ballads difficilmente mi piacciono, a voi un giudizio definitivo). Chi mi conosce sa che oggi non amo particolarmente il Glam Metal e difficilmente seguo le nuove bands che lo propongono, ma in questo caso sollevo un’eccezione, se non altro perché i Savage l’hanno fatto prima e meglio di tanti altri ed il prodotto non risente particolarmente dell’usura del tempo, se vi capita a prezzo accettabile fatelo vostro in attesa del fantomatico CD postumo di cui si vocifera da anni come potete leggere sul loro sito.
Gaetano Fezza