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Cream Pie “Unsigned 2.0”

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Questi cinque ragazzacci di Altamura hanno incrociato la mia strada per caso quando, durante una sessione di “acquisto compulsivo” su E-Bay, ho accattato la compilation “Glam Fest Invasion Vol.1” (Bologna Rock City – 2011). I loro tre brani hanno attirato immediatamente la mia attenzione lasciandomi piacevolmente interdetto perché, sa il cazzo come, m’ero infatti perso sia “Dirty Job”, buon esordio autoprodotto nel 2008, che l’intervista su Slam! (http://www.slamrocks.com/old/creampie.htm).

Ed ecco finalmente tra le mie mani il nuovo EP “Unsigned 2.0”, risultato finale di anni movimentati, che hanno visto la formazione passare da quattro a cinque elementi con il decisivo innesto del secondo chitarrista Phantom, nel luglio 2008 e l’avvicendamento di ben quattro cantanti, l’ultimo dei  quali è il figliol prodigo Rachel O’Neill, che già li aveva accompagnati negli States per il tour del 2008. L’EP è un’edizione ri-editata e remixata di “Unsigned”, concepito nel 2010 con il cantante David King ma mai effettivamente entrato in commercio.

Siamo di fronte ad uno Street Metal infuocato e di prim’ordine, che salta le connessioni Scandinave per abbeverarsi direttamente alle fonti Losangelene, con il piglio moderno necessario nell’Anno Domini 2013 ma citando esplicitamente le Ciurmaglie, i Bassifondi, le Pistole e le Rose che tanto hanno significato per noi rocker con una certa …ehm… esperienza sulle spalle.

Quando si è posseduti da questi demoni si rende strettamente necessario avere determinate qualità, vuoi per risultare credibili, vuoi per non perdersi nel marasma di cloni e wannabe che hanno appestato il genere fin dai primi anni 90. Secondo il mio modesto parere, i Cream Pie sono in possesso delle giuste credenziali e giocano le loro carte con attitudine e convinzione, calando una manciata di brani decisamente ben riusciti, a cominciare dai tre citati in apertura che vengono riproposti con i mixaggi definitivi.

Innanzi tutto c’è “Tiger”, rockaccio da strada altamente spettacolare che mi procura brividi lungo la schiena, mi fa cantare a squarciagola, mi fa scalpitare…in qualche modo mi eccita! Sarà il ritornello, la tonalità del cantante, il riffing sporco e selvaggio, sarà quel che sarà ma una roba così la facevano i G’n’R quando erano in palla, ed io con “Appetite For Destruction” ci sono cresciuto, pochi cazzi…

Poi “The Evil Inside”, che ammanta il sound con un riff plumbeo e cattivo, avvicinandoli ad una band “minore” di cui sono innamoratissimo e che ascolto spesso in solitudine quasi fosse un segreto da custodire gelosamente: i Funhouse di “Generation Generator”, magnifico esempio di street metal deviante e caotico, tanto “weird” quanto intrigante.

Infine la pseudo ballad “Such A Psycho”, che inizia lentamente, quasi sommessa per poi esplodere con fragore, le linee vocali e l’uso dei cori sono davvero notevoli, alternano momenti sofferti ed evocativi a parti aggressive e sguaiate, sostenute da un gran lavoro di chitarre e sezione ritmica.

La “sacra triade” è intercalata da “See Ya Later”, in bilico tra gli L.A. Guns di “Vicious Circle” ed il versante più “moderno” dello sleaze metal, “No Love Remains”, ballad ben strutturata e dotata di una certa personalità, “Bad Habits”, forse il brano più ordinario ma che raggiunge ampiamente la sufficienza e la conclusiva “Missin’ You”, bonus-track cantata dal chitarrista Nikki Dick, che strizza l’occhio ai primi Buckcherry.

Saranno pure immolati al culto di Los Angeles ma lo fanno talmente bene che per me sono promossi a pieni voti, ne sentivo la mancanza.

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