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Cult “Hidden City”

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Cult Hidden City

Hidden City” è il nuovo album dei “nuovi” Cult, il terzo dopo la reunion del 2007 ed è anche il migliore ed il più completo della triade.
Born Into This” aveva qualche buona idea nascosta in un mare di noia mentre il successivo “Choice Of Weapon” del 2012 era più mirato ed iniziava veramente con ottime canzoni per poi spegnersi piano in un susseguirsi di filler. Chiariamo subito che i fasti aurei di capolavori come “Love“, “Electric“, “Sonic Temple” o “Ceremony” sono lontani ma questa volta Ian Astbury e Billy Duffy si sono focalizzati maggiormente sulle canzoni evidenziando una scrittura più fluida e meno dispersiva. E’ un album vario dove la produzione del fido Bob Rock non va a sovraccaricare ma anzi semplifica lasciando trasparire il gioco di ruolo imbastito dalla voce di Ian con la chitarra del suo fido compare Billy… la sezione ritmica è scarna e accompagna i brani dandogli una sfumatura quasi malinconica.

Tenendo conto anche dei testi che danno il filo conduttore all’album la musica tratteggia una “nuance” introspettiva e autunnale… da fine del mondo. “Hidden City” è la città nascosta che ognuno ha dentro il proprio “io”, il cuore, lo scrigno dove è riposta la spiritualità di ogni essere umano… testi mai banali dove Ian sottolinea la difficoltà – in questi tempi cupi – a trovare le risposte dentro noi stessi.

L’opener “Dark Energy” comincia arrembante e sembra di scorgere l’ombra di Iggy Pop… melodia mantrica e chitarra in evidenza per poi aprirsi in un chorus classicamente Cult: la voce unica di Ian Astbury decora tutti i brani con la sua forza interpretativa, da vecchio sciamano dalle mille battaglie. Ritmo tribale per “No Love Lost” che deflagra poi in un hard rock che rimembra atmosfere care a “Sonic Temple“.
“Dance the Night” è pregna di suoni e atmosfere anni ‘90 mentre “In Blood” è uno dei picchi dell’intero album con un cantato da brividi, accompagnato da un piano sinistro ed un ritmo da marcia funebre con Ian che ripete come un mantra: “…. Bleed out, bleed out, bleed out, bleed out…”.

“Birds of Paradise” è dolce, lenta e suggestiva e fa da anticamera a “Hinterland” che ha un mood new wave rarefatto ed epico con un riff circolare sopra a tutto il resto.

“GOAT” è la traccia più massiccia e violenta con una chitarra acida e ruvida ed un cantato urlato: “…and the blood rises up to the roof, watch the bodies hit the ground, watch them fall!!”. Anche i Cult parlano di terrorismo con “Deeply Ordered Chaos” dove Ian – da europeo – si chiede: “… Is this the western dream, defend our liberty”.

L’album comincia a denotare segni di affaticamento con qualche brano meno ispirato anche se – alla fine – “Sound and Fury” è una signora ballad acustica dove la solita voce di Ian dipinge un cupo quadro di freddo invernale.

In questo “Hidden City” appaiono i fantasmi di Lou Reed e dei suoi Velvet Underground, il David Bowie più oscuro, l’onnipresente ombra mistica del re lucertola… il punk ed i suoni trasandati figli di un certo alternative… tutto tra questi solchi trasuda fantasmi ed echi del passato pur stando con entrambi i piedi nel presente.

I Cult riuniscono in un solo album tutte le loro influenze e tutti i generi scandagliati in oltre trent’anni di carriera impastando il tutto con mestiere e bravura e confezionando finalmente un album degno del loro nome e della loro storia.

www.thecult.us

MATTEO TREVISINI

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