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Rival Sons “Hollow Bones”

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Rival Sons

Great Western Valkyrie“, il quarto album dei Rival Sons, uscito due anni fa è stato la classica ciliegina sulla torta di una carriera repentina che li ha portati dalle spiagge californiane di Long Beach, a diventare la band emblema della ormai gargantuesca ondata revivalistica che ha inondato il rock’n roll nell’ultimo decennio… il classic rock non è mai stato cosi “cool”.

Balzati alle cronache nel 2009 per aver riportato in auge i suoni partoriti 30 anni prima dai Led Zeppelin, con il passare degli anni e degli album, hanno trovato il loro sentiero personale grazie anche ad un talento immenso che li ha fatti diventare da band clone a punta di diamante di un fulgido movimento atto a rispolverare i suoni valvolari ed impolverati del vecchio rock dei tempi che furono.

Certo è che i Rival Sons dalla loro hanno sempre posseduto parecchie frecce appuntite nella loro faretra: dalla voce spettacolare di Jay Buchanan, ai riffs ad effetto di Scott Holiday, per passare poi ai loro live infuocati e sudati fino ai dischi veri e propri… un concentrato di canzoni essenziali ma paraculo al punto giusto…
Dopo il primo album Before the Fire ed un Ep omonimo che li ha fatti emergere dall’infinito calderone underground, nel 2011 la band californiana pubblica il magnifico Pressure and Time, un mix di pezzi perfetti che li ha fatti diventare la “hot band” del momento, diventando i preferiti da portarsi come supporto da una miriade di bands da stadio (Ac Dc, Kiss e Black Sabbath tra i tanti…). L’anno dopo sono riusciti a stupire tutti pubblicando Head Down, un altro album ricolmo di pezzi rock dalle più svariate sfaccettature (…non solo Zep ma anche echi dei Doors, il country, l’aura di John Fogherty, Janis Joplin e tanto altro…). Traguardo di questa crescita esponenziale nell’estate del 2014 è Great Western Valkyrie, uno dei migliori dischi di quell’anno che li ha fatti balzare ai primi posti di tutte le classifiche. Giunti fino a qua dove si poteva andare a parare ora???

Ed eccoci allora a Hollow Bones, quinto album e atteso ritorno di Buchanan e soci… la band non si espone stavolta puntando sulla sicurezza del posto che ha raggiunto in questi anni… puntano dritti alla sostanza e qualità non andando a ricercare novità o sconfinamenti in altri territori. La band è conscia e consapevole di aver raggiunto uno status notevole e non si adagia sugli allori anche se stavolta non rischia, restando (…in modo egregio…!!!) in territori già battuti …a cominciare proprio dall’iniziale Hollow Bones, Pt. 1 dove tornano in luoghi a loro cari e riconoscibili… i Rival Sons insomma, si autocitano in modo superlativo! Drumming possente, riffing stentoreo e atmosfere perennemente in bilico tra una danza pellerossa ed una carovana diretta nel profondo west… Tied Up ancor di più tira le briglie dei cavalli in una corsa forsennata ed impolverata.

E’ impossibile non venire intrappolati dal riff ruffiano ma dannatamente avvincente di Thundering Voices che costruisce un ponte ideale tra Jimmy Page e Jack White. In Baby Boy tornano atmosfere californiane di fine sessanta tanto care alla band soprattutto nel periodo di Head Down… niente di nuovo…
La voce soul di Jay esplode nell’epica Pretty Face risultando un altro perfetto esempio delle capacità interpretative delle corde vocali del singer… il blues nero come il carbone, malato di Fade Out abbaglia cangiante puntando sul feeling del gigante Buchanan.

La splendida cover di Black Coffee, scritta da Ike e Tina Turner e coverizzata anche dagli Humble Pie nel 1973, fa esplodere tutta la furia negra dei Rival Sons in un orgasmo soul di notevoli dimensioni. Ritorna il groove desertico del brano d’apertura in Hollow Bones, Pt. 2 che qua s’infuria in una preghiera urlata intorno ad un fuoco di bivacco, tra i crepacci del deserto californiano, osservati a vista da lontano da serpenti sibilanti veleno…

La classica ballad quasi sussurrata chiude l’album: All That I Want fa sfumare dopo soli 37 minuti questo ritorno della band americana.
I Rival Sons deludono??? no, assolutamente!… forse non stupiscono… questo si! La qualità consente loro di riuscire ad impacchettare un album di notevole prestanza pur facendo denotare meno solidità e voglia di sorprendere… ma di legna di buona qualità da ardere per scaldarsi il cuore e la pancia ce n’è in abbondanza…

Earache Records – 2016

MATTEO TREVISINI

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