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Steven Tyler “We’re All Somebody From Somewhere”

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Steven Tyler, We're All Somebody From Somewhere

Anni e anni di parole, parole e ancora parole: dicerie, gossip ed il fantomatico primo album solista di Steven Tyler là in fondo, in lontananza… sfocato e con le sembianze di una chimera per la maggior parte dei fans del bombardiere di Boston ma anche – sotto sotto – con i brividi freddi della paura quando è stato annunciato ufficialmente che questo atteso debutto sarebbe stata la svolta “country” di Mr. Tallarico. Ora, questo disco è uscito finalmente a diradare tutto l’alone di mistero con il titolo di We’re all somebody from somewhere e contiene la bellezza di 15 brani (ma perché, cari artisti, ne mettete cosi tanti quando con cinque di meno avreste un disco più snello e sicuramente più “a fuoco” ???).

La prima domanda che sorge spontanea è la seguente: “…c’è differenza sostanziale tra le canzoni “countrydi questo disco e le sonorità classiche degli Aerosmith?”. La risposta è: … assolutamente no! Almeno che, fare un disco country significhi metterci dentro un po’ di armonica e banjo, produrlo a Nashville e metterci una copertina “old wild west” direi proprio di no… di country c’è solo l’ombra tra queste tracce, qualche atmosfera ma nulla che nel recente passato non abbiamo fatto anche gli Aerosmith. La cosa più importante però è la qualità dei brani indipendentemente dal genere a cui dovrebbero corrispondere e all’interno di questo debutto ce ne sono alcuni notevoli sparsi però tra altri che puzzano di filler, non aiutati poi da una produzione plasticosa che li copre di uno strato di kitsch che risulta fastidioso proprio perché superfluo. Una cosa è certa: con una produzione più secca e con una scrematura più attenta l’album sarebbe stato molto più convincente. Certo che l’inizio è di quelli con il botto grazie alla splendida ballata My own worst enemy che più Aerosmith non si può… una canzone che cresce piano esplodendo in un vortice hard rock nei due minuti finali.

Con we’re all somebody from somewhere abbiamo più un blues che un country, non è malaccio, peccato l’arrangiamento alla Zucchero Fornaciari …mannaggia!
Rapidamente ci si sposta in territori ampiamente battuti dai White Stripes con Hold on (won’t let go), un blues oscuro e strascicato incupito ancora di più dalla voce filtrata di Steven… se qua ci fosse stato Joe Perry!!! Il mandolino della campagnola It ain’t easy, pigra ballata che sa di già sentito mille volte, anche nella stessa discografia degli Aerosmith stessi (…riuscita però meglio!). Non è male nemmeno Love is your name, calda ed estiva ma moooolto zuccherosa… si rischia il diabete alle trombe d’Eustachio! …e di sicuro per questo tipo di malattia la successiva Make my own sunshine non aiuta il calo di zuccheri in eccesso!

Gypsy girl rimette in carreggiata il disco con un’atmosfera meno godereccia… certo è che la sola unicità e bellezza della voce di Steven Tyler riesce a tenere a galla anche la ballata più scontata. Ancora maledetti arrangiamenti! Somebody new sarebbe un’ottima canzone se non ci fosse quella fastidiosa ritmica pop in sottofondo….
Ballatona canonica anche Only heaven… anche lei di country non ha nulla, ma ancora tanti Aerosmith senza – purtroppo – gli Aerosmith! …altro che Nashville, si resta nei quartieri malfamati di Boston anche con l’ottima The good, the bad, the ugly and me, un bel rock’n roll ritmato e lascivo. La fresca e ariosa melodia di Red, white and you non viene per fortuna rovinata con arrangiamenti da boy band cosa che avviene irrimediabilmente con la già banale Sweet Louisiana che passa senza lasciare il minimo ricordo.

Un’altra bella ballata è What am I doin’right? che – ormai ci pare ovvio – di country ne ha veramente poco… ma in compenso ha un’ottima melodia ed una prestazione vocale di Steven da brividi lungo la schiena. Questo lungo viaggio si conclude con due covers: la versione “murder ballad” di Janie’s got a gun (…le corde vocali di Steven meritano l’oscar!) e l’evergreen di Janis Joplin Piece of my heart dove per l’ennesima volta il singer regala un’interpretazione carica di pathos e feeling.
Peccato! Troppa carne al fuoco e non di prima scelta ma anche tante ottime idee esposte male… per un album lungo, discontinuo che non lascerà molto di sé negli anni a venire… proprio un vero peccato perché questo disco, sforbiciato e accorciato, riscritto insieme a Joe Perry e risuonato con al fianco i fratelli/compagni di una vita ma soprattutto prodotto dal giusto “producer” poteva essere semplicemente il nuovo disco della band di Boston… ed anche un signor disco!

MATTEO TREVISINI

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