Partiamo dall’ultima release, che mi sembra molto matura e varia, con un songwriting non banale, ma sempre rock and roll, la giusta evoluzione di “Pure Breed“. Se dovessi trovare un paragone per inquadrarvi, probabilmente tirerei in ballo i Danko Jones, ma quali dischi deve aver ascoltato un rocker per avvicinarsi alla vostra musica?

(Paul) Ciao Moreno, grazie per questo spazio, è un piacere tornare su SLAM! =)

Sono d’accordo su tutto. Vario, non banale, rock e assolutamente un bel passo in avanti rispetto a Pure Breed. Danko Jones è un paragone che mi sta benissimo. Mi piace Danko, bel sound e etica di lavoro ammirevole. Ci aggiungerei anche ‘MotorheadBastards‘, Faith No MoreThe Real thing‘, RATT Invasion of your privacy, RATMEvil Empire... tutta roba recente! Sicuramente rispetto ai precedenti lavori c’è qualche elemento in più, abbiamo lavorato molto sui ritornelli e le armonie vocali, e sulla sezione ritmica, volevamo fare qualcosa di diverso, non un altro disco R&R ‘pane e salame – riffone di chitarra – 4 on the floor – cori da stadio ‘, la band si è evoluta rispetto al 2017, non sarebbe stato un disco onesto, almeno per me. Diciamo che il menù è stato aggiornato.

(Antonio) Personalmente non amo pensare che qualcuno debba ascoltare la nostra musica solo perché nella sua vita ha ascoltato determinati dischi. Credo che anche chi ascolta abitualmente altri generi possa approcciarsi a questo disco, in quanto lo trovo vario, orecchiabile e interessante non solo per un ascoltatore di musica Rock. Ci abbiamo messo molto del nostro background musicale, esperienze che ci permettono di mescolare anche qualche ingrediente inusuale come può essere il funk, la disco o il be-bop!

(Vale) Ciao Moreno e ciao a tutti gli accoliti di Slam!!

Grazie per l’analisi e per il paragone: ci ha sempre gasato Danko Jones.

Shaken To The Core’ è senz’altro l’evoluzione spontanea di ‘Pure Breed’. Siamo migliorati sensibilmente come songwriter, la nostra ‘informazione’ arriva subito al ‘sodo’ e siamo diventati amministratori sapienti dei cosiddetti ‘highlights’: i punti chiave, le spezie che creano sapore, colore e la giusta tensione emotiva, in una canzone. Questa caratteristica, assieme alle armonizzazioni vocali (da sempre un punto di forza della band) alla sessione ritmica sempre più intensa, con trame ed interazioni spettacolari tra basso e batteria, e alla nostra Chitarrona sotto steroidi, puntuale su riff gloriosi e assoli allo stato più brado che mai, sono diventati un marchio di fabbrica! Più che citarvi i dischi sui quali potreste trovare analogie specifiche, allargo il campo di ricerca nominandovi gli elementi del mio background personale, che sicuramente ritrovereste nello scorrere il nostro nuovo album: Aerosmith, Ac/Dc, Airbourne, Stones, Lenny Kravitz, i migliori Megadeth di Marty Friedman, lo Zakk Wylde del periodo Ozzy/Pride&Glory, Slash, ma soprattutto Van Halen! Che da sempre è il punto d’incontro perfetto dei nostri tre differenti percorsi!

Dobermann

Visto che stiamo parlando di background musicale, apro la parentesi Guns… siamo tutti dei loro grandi fan mi sa, ma con il nuovo singolo ci stano mettendo molto alla prova, cosa ne pensate? Io penso che l’unica cosa buona sia il titolo…

(Vale) Effettivamente è un brano che crea divisione. Però al terzo ascolto per me è stato un ‘Si’! Conoscevo già la veste precedente di questo brano, che ai tempi si presentò come ‘Silkworm’ e onestamente mi piace questo ‘scafuddone’ in faccia a tutti i fan tamarri di ‘minchiasweetchildomine’. No, niente sweetchildomine, solo una pietrata di insulti (ne adoro le lyrics)?￰ Mi auguro però che nel futuro prossimo ci riservino un nuovo album, pieno di cose di cui discutere. È tanto che si attende!

Ho provato a seguire il tuo consiglio, ma faccio fatica ad arrivare a metà canzone…

(Antonio) Sono deluso perché non sento la voce di Axl, i suoni di batteria non mi piacciono molto e perché lo trovo un pezzo abbastanza anonimo, se ti chiami Guns N’ Roses la gente si aspetta di più.

(Paul) A me ‘Absurd‘ piace, sicuramente ha il suo fascino, assolutamente non mi sarei aspettato una cosa del genere, e devo dire che ci va del coraggio a tirare fuori un singolo come questo alla soglia dei 60 anni, soprattutto in un mondo (quello rock ‘classico’) dove sembra sia obbligatorio mantenere sempre la stessa direzione artistica, dove domina il ‘Culto della hit’ e dove tutti vogliono sempre un ritorno alle origini e vogliono sentire Sweet Child O’mine con Steven Adler che sorride. Del resto AXL è sempre stato bravissimo a fare incazzare i suoi fans, non si è smentito nemmeno questa volta.

Chiusa parentesi. Alessandro Del Vecchio sta lasciando il segno sulla scena melodica internazionale, come mai avete deciso di affidarvi a lui per la produzione del disco? Svolta “commerciale”?

(Paul) Tutto il contrario. Volevamo assolutamente una produzione più cruda e realistica rispetto alle nostre precedenti e soprattutto rispetto agli standard odierni per quel che riguarda il rock. Non abbiamo volutamente usato trigger o quantizzazione sulla batteria, e ci sono anche pochissime sovraincisioni di chitarra. Del Vecchio ha lavorato in maniera non convenzionale per lui, anche perché è abituato a lavorare con cantanti preparatissimi e con un certo tipo di voce, e invece si è trovato a dover gestire me che ho un background completamente diverso… ma ci siamo trovati benissimo, è stato davvero un elemento chiave per la riuscita dell’album, e penso si sia divertito parecchio anche lui. E’ un produttore in gamba, un musicista eccezionale, sta avendo un sacco di successo e se lo merita tutto. Siamo anche diventati buoni amici, è stata davvero un’esperienza positiva. Ciao Ale!

Dobermann
Con Alessandro Del Vecchio

(Vale) Ci siamo affidati a lui perché quando ci stavamo guardando attorno per la ricerca di un produttore, Ale ha da subito ‘compreso’ i tratti somatici della band: i Dobermann sono un trio LIVE affiatato con un suono estremamente serrato. Ci siamo dunque trovati sulla stessa lunghezza d’onda immediatamente quando abbiamo pensato di puntare ad una produzione che potesse catturare il piglio ritmico che abbiamo dal vivo e che carpisse il nostro sound senza cedere alla tentazione di una resa pompata ultra patinata e innaturale e che spesso priva le band di identità (mi riferisco proprio ai trigger, alla quantizzazione sulla batteria o ai folli muri di chitarra e all’abuso di sovraincisioni e arrangiamenti). No, le mazzate dei Dobermann arrivano da tanta coesione e chimica, incastri ritmici stretti e tanta, tantissima esperienza assieme. Siamo dunque riusciti a catturare quello che siamo: Shaken To The Core è il suono ben confezionato di Noi tre, dentro una stanza.

(Antonio) Lavorare insieme a lui mi è piaciuto molto. Alessandro è riuscito a farci sentire a nostro agio, ci ha lasciato liberi di esprimere noi stessi, come musicisti, e, grazie alle sue ottime competenze, ha tirato fuori un bellissimo suono da trio di cui andare fieri. Sicuramente è stato determinante su alcune scelte, quando noi tre ci trovavamo in disaccordo; succede spesso e una voce esterna e distaccata aiuta a capire qual è la direzione corretta.

Dobermann-shakenToTheCore

Mi piace molto la copertina di “Shaken To The Core”, immagino che il cane a tre teste rappresenti la vostra band… come è nato il concept e chi ve l’ha realizzato?

(Paul) Bello, eh? l’artwork è stato realizzato da Christian Wallin, illustre disegnatore svedese che ha lavorato anche per Hardcore Superstar. Riguardo all’immagine, anche se ogni tanto usiamo questa espressione, ‘Three headed beast‘ non è un vero e proprio concept, gli abbiamo lasciato libertà pressoché totale e poi abbiamo ‘aggiustato il tiro’ poco per volta, nessuno di noi sa veramente disegnare.

(Vale) Wallin Ha fatto un gran bel lavoro! Noi gli Abbiamo dato come linea guida il fatto che volessimo rappresentare la figura di un monicker che abbiamo auto-coniato ‘The Three-headed Beast you heard about’ e avevamo in più il ‘Core’, che è l’anima del disco, appunto. Christian ha lavorato su questi elementi e ci ha presentato le sue bozze! Amore a prima vista!?

Siete molto attivi e professionali in ambito video, mi volete parlare di come sono nati “Shaken To the Core” e “Staring at the black road”?

(Vale) Su “Staring at the black road” fin dal primo momento ci siamo ritrovati d’accordo sul cercare di realizzare un video incentrato su di noi, ma dai connotati blandi, sognanti, epici, che seguissero l’ampio spettro dell’atmosfera della canzone, a nostro avviso una delle più ‘originali’ delle undici dell’intero album. Immaginavamo dei fondali gloriosi per alcuni cambi chiave della canzone… e devo ammettere che il lockdown concede all’ingegno di diventare più acuto e alla mente di brulicare di buone idee! Violex Video si è ritrovato ad essere il team registi più indicato per noi, visto che oltre al prolifico e talentuoso curriculum avevano anche la possibilità di farci girare su Green Screen. Così è stato!

Shaken To The Core” nasce invece super spontaneo da un’idea quasi ironica che arriva dall’esterno della band. Mi fu detto “ma perché non girate un video dove infilate a Paul una camicia di forza? Gli calzerebbe a pennello il ruolo del pazzo”. Bomba. Le lyrics si adattavano dannatamente bene ad un tema così claustrofobico, al delirio di un matto che grida la sua follia. La location l’avevamo già adocchiata in un sopralluogo precedente. La allestimmo. Io e Anto ci calammo rispettivamente nei panni di uno sbirro che mazzula e smanganella tentando invano di tenere sotto controllo lo psicopatico e di un dottore che regolarmente procede con la somministrazione dei farmaci. Tutto fu veloce, spontaneo e molto divertente (adoro recitare!!) Anche il montaggio serrato ha dato il ritmo perfetto che stavamo cercando! E, attenzione, non è finita qua! Preparatevi perché a breve vi godrete il video del terzo singolo, e anche stavolta abbiamo pensato ad un’idea davvero interessante!

(Paul) Non puoi davvero fare a meno di una buona produzione video, oggi. Paradossalmente tira di più una brutta canzone con un bel video che una bella canzone senza video. Oggi più che mai viviamo nell’era dell’immagine, è così e basta, adattarsi o morire. La bella notizia è che bastano una buona idea e una videocamera da qualche centinaio di euro per mettere insieme un video memorabile, cosa impensabile fino a una decina d’anni fa. Penso sempre ad Axl che salta da una portaerei e nuota con i delfini… Dato che l’hai nominato, hai visto ‘Dance dance dance’ di Danko Jones? Favoloso.

Probabilmente avrete risposto a questa domanda 200 volte, ma un millennio fa vi ho visto da vivo cantare in italiano, poi siete tornati all’inglese? Come mai questa scelta? Centra con l’ingresso di Valerio alla chitarra?
Questa scelta vi ha aperto più porte in Europa?

(Paul) I DOBERMANN sono nati in lingua madre, abbiamo registrato due album in italiano e rivoltato lo stivale da cima a fondo per anni. Tuttavia, essendo sempre stati attivi, dal punto di vista live, a livello europeo, avevamo già registrato anche dei brani in inglese, con l’intento di metterli fuori prima o poi. Ho sempre scritto testi in entrambe le lingue, il materiale e le idee non sono mai mancate. Sul nostro primo album c’è una canzone in inglese, ‘Night Rider‘, e nella riedizione c’è anche un’altra bonus track, chiamata ironicamente ‘Fear of the UK‘.

Nel 2014 abbiamo realizzato un EP (per qualche motivo che ancora non capisco noi lo chiamiamo EP anche se ha 9 brani) dove sono presenti le versioni in inglese della maggior parte dei pezzi contenuti nei primi due album, più un paio di inediti, che suoniamo regolarmente dal vivo. Quindi diciamo che l’opzione era già sul tavolo. L’ingresso di Valerio coincide con il nostro primo tour in UK, è stato un processo graduale, e abbiamo deciso di proseguire in inglese, ora che mi ci fai pensare, ma perché abbiamo organizzato un tour in UK con alle spalle due album in italiano? Non so se siamo stati più pazzi noi a organizzarlo, o chi ci ha ingaggiato!

Dobermann Paul

(Vale) L’inglese è una strada intrapresa con cognizione. L’obbiettivo è sempre stato quello di sdoganare la nostra musica, ipotizzare di farlo cantando esclusivamente in italiano significava decidere di provarci piantandocisi ai piedi due zavorre, nel momento in cui stavamo pianificando e facendo un sacco di tour all’estero.

Che senso ha crearsi un deterrente simile? Al di là del fatto che credo che il tipo di musica che suoniamo da quando sono entrato nella band (è indubbiamente più orientata verso l’hard rock, rispetto al rock punk dei primi due album dove non ero in formazione) leghi meglio con l’inglese per ragioni metrico/fonetiche, è nostro dovere raggiungere più persone possibili. L’inglese è il pass par tu per farlo. Questo non esclude che si decida di pubblicare qualcos’altro in italiano, ovviamente!

Visto che siamo in argomento, qualche ricordo/aneddoto più bello sull’esperienza inglese e come pensate vi accoglieranno dopo che gli italiani gli hanno “rubato” il primo posto per due volte nel giro di un mese?

(Antonio) Non vedo l’ora di sbattere sulla loro faccia le nostre vittorie sportive e musicali. Stiamo ancora godendo! È molto bello quando, dopo averci sentito suonare, scoprono che siamo italiani, e ogni volta si stupiscono e non credono ai loro occhi.

(Vale) Per me gli UK sono la mia seconda casa! Ho suonato tantissimo in Inghilterra, Galles e Scozia, sia coi Dobermann che in altri contesti e ci ho anche vissuto per un po’. Devo tanta parte della mia formazione a quel paese e ne sono innamorato. Ho imparato tanto e ho suonato in palchi prestigiosi, festival immensi, locande sperdute, e ho avuto l’opportunità di suonare e fare jam con personaggi del calibro di Ron ‘Bumblefoot’ Thal (ex Guns N Roses, Sons Of Apollo) Richie Faulkner (Judas Priest) Davey Rimmer (Uriah Heep) Aurora Dawn (Alabama 3) e tanti, tanti altri. Non avete idea di quante opportunità mi siano capitate laggiù, potrei scriverci un libro!

La Brexit sta veramente mettendo i pali in mezzo ai raggi della ruota e aggirare gli ostacoli che ora sono imposti nell’attraversamento frontiera, non sarà semplice… ma a quanto pare noi ci torneremo comunque a breve! 😛 Coi Dobermann abbiamo costruito una vera fan base in diverse città, negli anni. Pensate, ci abbiamo suonato almeno 180 concerti, nei 10 tour che vi abbiamo totalizzato insieme. Vendevamo parecchi biglietti e prenotazioni per gli show a Londra, a Swindon, a NewCastle, nello Yorkshire e in Cornovaglia! Tra i ricordi più esilaranti non posso non citare un episodio accaduto a Newport, nel Galles, quando dovendoci accontentare di una sistemazione piuttosto precaria per la notte, io e Anto siamo finiti a dormire a terra (questo è capitato decine e decine di volte) con solo un sacco a pelo ed un cuscino ad isolarci dal sudiciume che avevamo intorno: nel raggio di un metro quadro c’erano piatti sporchi, joystick della PlayStation, DVD, sacchi di patatine aperti, mutande usate (di chissà chi) e tartarughe di terra che passeggiavano incuranti. Ad un certo punto, la svolta: una pantegana (vera, GIGANTE) attraversò la stanza come una saetta. Non sapevamo che il ‘bello’ di quel tour doveva ancora cominciare!

I ricordi più entusiasmanti degli UK sono legati ai festival, ai grandi palchi di alcuni club, e alle serate pazzesche che abbiamo vissuto anche nei posti più piccoli, che si trasformavano in una bolgia dantesca dopo i primi due brani! Che figata! Al prossimo tour ci presentiamo con la maglietta di Chiellini!

(Paul) Ah non ne ho idea, in realtà seguo poco lo sport, men che meno il calcio… quello che so è che la Brexit ha reso tutto estremamente difficile e che tornare in UK non sarà una cosa semplice.

Per quello che avete vissuto, cosa hanno in più i locali e la scena inglese rispetto a quella italiana e viceversa? Su questo frangente non c’è gara?

(Paul) Premesso che il concetto di ‘scena’ e ‘locale’ si riferiscono a realtà individuali, e che puoi fare una serata grandiosa a San Vito dei Normanni, e una tremenda a Camden Town, l’Inghilterra è la patria del Rock & Roll. Noi abbiamo Pupo, loro hanno Ozzy. Noi abbiamo Sanremo, loro hanno Glastonbury. Lo dico senza nessun tipo di sarcasmo, è una questione culturale, non c’è assolutamente niente di male. Noi risplendiamo per altri motivi. L’arte, i paesaggi, le ragazze più belle al mondo. Vuoi farti una vacanza culturale in mezzo alla natura, al cibo e al vino migliori del pianeta? Vieni in Italia. Vuoi suonare Rock & Roll e incontrare Brian May al pub all’angolo? Prendi quel traghetto! E’ un’esperienza che ogni rock band dovrebbe fare, sicuramente ti dà una bella svegliata. Anche il villaggio più sperduto del Lake District ha 2 o 3 pub dove si suona dal vivo. Verso le band europee c’è sempre una certa curiosità da parte del pubblico, probabilmente ci trovano esotici e divertenti, ma non si aspettano un granché. E avendo avuto occasione di condividere il palco con tantissime band locali, è davvero affascinante vedere i piccoli Robert Plant o i Piccoli Damon Albarn. Degli sbarbatelli alle prime armi, ma la materia prima è già lì, la vedi. La voce, la faccia, la posa, il modo di parlare. I piccoli Ronaldo del rock. La cosa ti obbliga a dare veramente il 110% perché c’è il rischio reale di farsi spazzare via da qualche giovane talento in ascesa! Poi ci sono le condizioni meteorologiche e logistiche peggiori di tutta Europa, per cui se sopravvivi a un paio di mesi di tour in Inghilterra, tutto il resto ti sembrerà una passeggiata al confronto! E l’abbiamo girata tutta, da Dover alla Cornovaglia, fino al punto più a nord della Scozia… puoi fidarti.

Mi hai fatto venire voglia di tornarci…

(Antonio) Io so cos’hanno in meno i locali inglesi… LA CUCINA! Il cibo per i musicisti non è quasi mai contemplato… Grrr!! Per il resto in ogni paese ci sono Pub dov’è possibile esibirsi e le live venue sono davvero ben strutturate. Finito il concerto, tutti fuori dal locale a calci nel c*lo, si chiude!

(Vale) L’Inghilterra è la culla del Rock N Roll con cui siamo cresciuti. Prova ad entrare in un pub e a randellare qualche accordo degli ‘U.F.O.’, dei ‘Free’, dei ‘Judas Priest’, degli ‘Who’ o dei ‘Sabbath’: scatenerai un breve attimo di pandemonio collettivo! È patrimonio nazionale. È cultura nazionale. Ho visto inglesi commuoversi di fronte alla performance di qualche cover band Queen, abbracciarsi uniti sulle note di qualche omaggio a Gary Moore. Ho visto band pettinare letteralmente il pubblico con randellate sonore a volumi esorbitanti. Ecco, questa è un’altra bella differenza. In UK si suona LOUD, anche nei pub piccoli. Quando sono davanti al mio Marshall e suono in Inghilterra, il famoso stereotipo del ‘crank it up to ELEVEN’ (cit.) diventa solida realtà. Infine, come dico da sempre, confermo che in UK è più semplice incappare negli ‘addetti’ ai lavori, da musicisti, a produttori e promoter di successo. Il ‘pub’ è un tempio, è la collettività, è una vera istituzione dove il 70 % degli inglesi che ho incontrato in vita mia, ha conosciuto la madre dei propri figli, o la propria compagna di vita. Mi è successo svariate volte di avere accanto (addirittura a colazione!) gente del calibro di Bernie Marsden che faceva capolino nel più sereno degli anonimati, o Scott Travis farsi qualche pinta alla salute della band che si stava esibendo sul palco in quel momento.

L’Italia, come già detto dai miei compari, a cominciare dal clima, dal cibo migliore del mondo e dalle risate più calde del mediterraneo, offre colori unici. Se l’Inghilterra è la patria del metallo, noi siamo i numeri uno del sentimento, della passione in musica, abbiamo il blues Del mare, la lirica, la musica classica, le voci pop più incredibili del mondo. Tanto tanto talento condito dalle spezie del luogo incantevole in cui viviamo. Del resto il meteo in UK è veramente ostile (Cornovaglia a parte) ed è chiaro che non potevano che finire a suonare musica sempre incazzata!

Dobermann

Non vi chiedo di raccontarmi la vostra storia, ma mi piacerebbe sapere com’è andata nell’ultimo anno, come avete reagito a ‘sta cazzo di pandemia?

(Antonio) Si reagisce non mollando la presa, anche quando tutte le tue certezze vengono messe in discussione e quando sembra che cambiare vita sia la soluzione migliore. Non è un periodo facile, bisogna stringere la cinghia e cercare di trarre il meglio da ogni situazione.

(Vale) Io ho reagito ottimizzando. Ne ho approfittato del tempo libero per studiare di più, su più fronti. Dalla chitarra, all’inglese (che è una mia grande passione da anni, ormai) alla cucina! È incredibile cosa sia riuscito ad imparare a fare, nel giro di un anno! Sull’ovvio disagio arrecato conseguente alla pandemia non mi esprimo, non servirebbe. Ma immaginate cosa voglia dire per chi, come noi, vive esclusivamente di musica. Ci siamo dovuti tutti tirare su le maniche.
E nel frattempo, quale modo rendimento migliore dell’esserci trovati in studio per registrare ‘Shaken To The Core’?

(Paul) In realtà bene, la parte più difficile è stata abituarsi a rimanere fermo nello stesso posto per più di una settimana… dopo 15 anni passati su un furgone ti assicuro che non è stato facile svegliarsi tutti i giorni sotto lo stesso soffitto! Per il resto ne ho approfittato per registrare nuove idee e mettere in ordine un po’ di appunti. Inoltre, aneddoto che ti farà ridere, mi sono finalmente deciso a recuperare il mio certificato di laurea, conseguito nel 2006 e mai ritirato. Per compilare la richiesta, viene richiesto il voto di laurea; ora io mi ricordo perfettamente i nomi di tutti i posti in cui ho suonato negli ultimi 10 anni, ma quel dato, non me lo ricordavo proprio, non sono riuscito a recuperalo in nessun modo, del resto ai tempi non c’era Facebook e Myspace non sembra avere un vero e proprio archivio… Finchè mi è venuto in mente di provare a cercare qualche indizio sul forum di SLAM! Che ai tempi frequentavo assiduamente, …ed era lì, in un post di 14 anni prima! Dio benedica il World Wide Web!

Dobermann

Un po’ me l’avete già detto, ma siccome mi piace vedere sempre il bicchiere mezzo pieno, secondo voi qualcosa di positivo l’ha lasciato il Covid?

(Antonio) La mascherina e il distanziamento sociale in qualche caso sono stati molto apprezzati 😀 L’unica cosa positiva penso sia che il pianeta ha rallentato i ritmi per qualche tempo e ha preso un sospiro dopo anni di frenesia.

(Paul) Ti direi che mi ha insegnato a non dare nulla per scontato, ma la verità è che non davo nulla per scontato nemmeno prima.

Nel primo lockdown, c’erano concerti in streaming dai posti più assurdi, e visto che ci avete suonato insieme, vorrei sapere se avete visto quelli di Spike dei Quireboys… con gli stivali da pioggia…

(Vale) Non ho apprezzato particolarmente quella fase dove molti miei colleghi artisti prima facevano e promuovevano i ‘concertini dal davanzalino’, inneggiando ad un “io suono e resto a casa” e poi si lamentavano perché lo stato si era ‘dimenticato di loro’. Io ho optato per un riflessivo silenzio. In mancanza di coerenza preferisco chi fa le cose con leggerezza, senza prendersi troppo sul serio e all’insegna di una fragorosa risata, come Spike. Sarà stato bello sbronzo e non immagino quanto si sia scassato all’idea di fare una live del genere.

Paul, penso di aver letto un commento di Valerio su Facebook riferito ai Maneskin, che piacciano o no, stanno comunque dando un po’ rilevanza alla scena italiana. Visto che ti conosco dai tempi dei Motorcity Brags, mi permetto di chiederti se sei più invidioso del loro successo o sei orgoglioso che qualcuno… ce l’ha fatta?

(Paul) Beh certo che sono invidioso, a chi non piacerebbe avere Iggy Pop che canta un tuo pezzo?! Ma penso davvero che i Maneskin siano fortissimi, e sono davvero felice che qualcuno ce l’abbia fatta, o ce la stia facendo. Soprattutto perché sono una band di ‘umani’, l’ennesima prova che per raggiungere il successo rock mainstream non devi per forza avere una grande estensione vocale o dei soli di chitarra indimenticabili. Qualcuno li paragona ai Led Zeppelin, io li vedo più come i Nirvana. Hanno quel qualcosa che non ha nessun altro della nostra ‘scena’. E sono dei musicisti eccezionali senza essere dei musicisti eccezionali. Per forza i rockettari si incazzano. La personalità e il carattere sono elementi altrettanto importanti, e al giorno d’oggi, ben più rari e preziosi delle suddette doti. Inoltre avere una band italiana rilevante in Europa non può che far bene a tutta la scena, perché accende un riflettore sul paese. E hanno un album misto di canzoni in italiano e in inglese. Un precedente importante, una cosa che adesso si può fare.

In Italia abbiamo una bella cultura metal, ma che per quel che riguarda il rock è sempre mancata LA band con credibilità internazionale, gli Europe o gli Scorpions o gli Hardcore Superstar del caso. Speriamo sia la volta buona! Ma in tutta sincerità ti dirò che anche se ovviamente mi piacerebbe vincere Sanremo o suonare al Rock am Ring, non baratterei mai una vita on the road con un’attività live sporadica, anche se ad alti livelli. Non potrei mai vivere facendo 10 apparizioni live all’anno, mi verrebbe un esaurimento nervoso. Sono un animale da LIVE, se fosse per me suonerei tutti i giorni.

Che fino hanno fatto i tuoi ex soci invece? Ogni tanto mi capita ancora di ascoltare “Blowjob queen”…

(Paul) Buongustaio!! Allora sappi che quella canzone, con quel titolo elegantissimo e quei grandi contenuti, è stata ri-registrata in italiano, e la trovi sul nostro album ‘Vita da Cani‘, dove è stata consegnata all’immortalità, ripulita e sotto mentite spoglie, ora si chiama ‘Voglio andare al bar‘!

 

Con i miei ex soci Marco e Mex siamo in buoni rapporti, anche se non ci vediamo spesso, abbiamo giri molto diversi. Sono stati anni divertenti, era tutto approssimativo e punk rock, non c’era Instagram, si andava in tour con le mappe, si provava poco e si rideva tanto, ma ho un ricordo positivo, è stato parte del processo che ci ha portati qui oggi. Quell’esperienza mi ha insegnato una cosa fondamentale, e cioè che questo mestiere, è anche e soprattutto una questione di determinazione, perseveranza ed etica del lavoro.

Paul, su Wikipedia si legge: “Nel 2019 partecipa con un cameo al sesto episodio del documentario “Stay Free: The Story of The Clash”, narrato da Chuck D e prodotto da BBC, dove suona il riff di basso del brano The magnificent seven.
Di cosa di tratta?

(Paul) Ho un canale YouTube, dove, tra le altre cose ‘viviseziono’ alcune tra le mie canzoni preferite. Un paio d’anni fa ho realizzato un video dove mostravo come suonare la linea di ‘The Magnificent Seven‘ (che per dovere di cronaca, non è stata suonata dal grande Paul Simonon, ma da Norman Watt-Roy). Un giorno ho ricevuto un’email di qualcuno che mi chiedeva di poterla utilizzare per un documentario audio prodotto da BBC che sarebbe uscito su Spotify, ovviamente ho subito pensato si trattasse di una bufala, ma ho verificato, ed effettivamente la persona in questione lavorava per BBC… e quindi è finita in sottofondo alla voce di Chuck D che racconta di come i Clash registrarono ‘Sandinista!’.. sono sempre stato un fan dei Public Enemy, fai tu!

Ho visto che avete ripreso l’attività live, cosa dobbiamo aspettarci da qui a dicembre dai Dobermann?

(Vale) Aspettatevi un nuovo video, aspettatevi una scarrellata di date in grandi e piccoli club all’estero e in Italia (a cominciare da quella dell’11 Settembre al Legend di Milano che sancisce il Nostro decennale!!) aspettatevi di vederci promuovere ‘Shaken To The Core’ a più non posso! suoneremo ovunque la logistica e le restrizioni lo permetteranno, cosa che abbiamo ripreso a fare fin dal primo momento di ‘via libera’ conseguente al lockdown e io non ho alcuna intenzione di mettere da parte la mia giacchetta argentata!

Diffondete il verbo, ragazzi!

Ci vediamo on the road!

(Paul) I live sono ripartiti ma non siamo ancora fuori dalla tempesta, il cielo è plumbeo, ma non ci facciamo scoraggiare. Siamo i DOBERMANN e ce la facciamo anche quando non ce la facciamo. Sempre e comunque avanti tutta!

Dobermann Legend Milano

Dobermann: Legend Club Milano

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