Slam!, da sempre punto di riferimento per la scena Glam/sleaze/class/AOR ha deciso di abbandonare momentaneamente la propria comfort zone e di stipulare una sodalizio con uno dei protagonisti del metal underground estremo di inizi anni ’90.
Si tratta di Tony Corpse: forse ai più questo nome non dirà molto, quindi è doverosa una presentazione: stiamo parlando del batterista degli Willow Wisp, band pionieristica nel campo del black metal sperimentale; Tony ha anche militato nei death rocker Astrovamps, negli shock rocker Salems Lott e attualmente si sta dedicando al suo nuovo progetto: i Post Mortem Superstar.

Cosa ha a che fare un musicista dallo spiccato background Black Metal con i generi, sicuramente più commerciali ed appetibili che rappresentano il nostro, ed il vostro, pane quotidiano? …All’apparenza niente!

O forse molto, a patto che si mettano da parte le etichette musicali di genere e ci si concentri sul fatto che il trait d’union tra Tony e noi è proprio quel macro cosmo californiano che risponde al nome di Sunset Strip e che noi amiamo raccontare in tutte le sue sfaccettature, meglio se da fonti dirette.

Ecco perché abbiamo scomodato Tony ‘sfidandolo’ a dirci la sua su quello che, a nostro parere, è stato l’album più importante della band più influente in ambito Glam Metal: avrete capito che stiamo parlando dei Motley Crue e del loro “Shout At The Devil“. Ebbene, Tony ci ha regalato il suo punto di vista, senza peli sulla lingua e senza risparmiarsi.

La descrizione che Tony ha fatto di questo capolavoro assomiglia più ad un mini racconto horror che ad una recensione: un racconto lugubre, saturo e ricco di scenari al limite del profano che soltanto un musicista della sua estrazione musicale poteva evocare in maniera così genuina e convincente.

Franco Brovelli

Motley Crue 1983

Le decrepite viscere di Tinseltown: la capitale dell’apparenza e della finzione, nota ai più come Hollywood.

Anno 1983.

Un poker di infedeli mascherati da selvaggi esce allo scoperto con poche, chiare regole finalizzate a dare ossigeno ad una scena heavy metal in affanno facendo leva sull’immaginario dei giovani di tutto il mondo.

Insieme erano quanto di più lurido e sensuale ci fosse all’epoca.

Capelli lerci dal colore nero/bluastro; completamente ricoperti di pelle, borchie, catene e calze a rete; ed ancora stracci sporchi, tacchi a spillo ed abbastanza make-up da riuscire ad appagare persino quell’innato desiderio di ostentazione femminile tipico delle groupie più intransigenti.

Freschi reduci dall’US festival in cui avevano decimato più di 300.000 persone, i Crue (che all’epoca girovagavano per mettere in bella mostra la loro vetrina addobbata con nuove canzoni e nuova immagine) erano ancora lontani dal finalizzare quell’assedio che avrebbero portato al sistema servendosi del loro nuovo album, intossicato di messaggi letali per lo più incentrati sul senso di revanche, sull’omicidio, sul supporto giovanile, sulla lascivia, sul sesso e sì… sul diavolo, all’indirizzo del quale quei messaggi erano urlati (Shout AT…the Devil) con un neanche troppo malcelato senso di comune cameratismo.

Tutto questo era stato creato da quattro stravaganti emaciati in stile Mad Max che avevano imboccato la strada già percorsa dai Kiss per poi ereditare i marciapiedi sui quali avevano battuto i The New York Dolls.

Introdotta dalla narrazione apocalittica di un futuro distopico su cui incombono i panorami di Hieronymous Bosch, “In the Beginning” definisce i confini dello squallido, ma anticipatorio tema dell’album: la vendetta, da consumare veloce ed in maniera plateale.

Dalle macerie e dalle pungenti nebbie post belliche allora risorge “Shout At The Devil” che ci investe con la forza di un rinoceronte feroce lanciato in piena corsa.
È questo il primo anthem che viene scagliato addosso ad una generazione disillusa e che annaspa in cerca di una comoda via di fuga.
L’intero brano è rivestito con presunzione e sfacciataggine da spandex e mascara ed è alimentato a base di Jack Daniels ed ormoni impazziti.

Lui è il lupo che ulula solitario nella notte”; su questo non c’è alcun dubbio!

E come per incanto, la gioventù shock rock chinerà il capo in segno di deferenza dinanzi alle sillabe pronunciate con feroce slancio dal biondo ed ossigenato frontman Vince Neil.
Lo spettacolo è soltanto agli inizi, ma promette bene.
La dilagante spavalderia di “Looks That Kill” viene innescata da un riff affilato come la lama di un rasoio o come il plettro del sempre sinistro chitarrista Mick Mars.

Questo è puro Glam Metal che scava con insistenza nella vostra materia grigia come una sega circolare.
Il video trasmesso da MTV getta benzina sul fuoco facendo detonare le nostre fantasie sessuali più represse.
La protagonista è infatti una serpentina di guerriere seminude inviate per estromettere i Crue dai propri confini medievali.
Al di fuori dei quali troviamo una terra dimenticata in cui la band isolerà le ammutinate rinchiudendole all’interno di una stalla per poi usarle a proprio piacimento.
Ecco, questi sono i Crue al loro apice! Sciatti, lascivi e fottutamente Glam.
Ma sopra ogni cosa, violenti!

La violenza in bella mostra è stata fino a questo punto palpabile, ma in nessun altro brano viene esposta in maniera così sfacciata come nella attaccabrighe metallica e grondante vendetta che è “Bastard“.
Primordiale e pugilistico, l’intro di batteria firmato Tommy Lee vi mette i piedi in faccia per poi calpestare il vostro fragile cranio con tre minuti filati di vera e propria furia thrash.
Una pressa incendiaria a tutti gli effetti.
Che tuttavia non ci impedisce di assaporare la sfrontatezza, i tacchi a spillo ed ancora quella ripetuta voglia di revanche da consumare veloce, in mezzo alla strada e con un coltello a serramanico come alleato.

God Bless The Children Of The Beast” rappresenta la disperata rapsodia dedicata all’arcaico angelo (de)caduto in disgrazia assieme alle sue giovani legioni di accoliti.
Semplice e lineare nella sua complessità; ammorbidita da linee melodiche armoniose ed orecchiabili.
Un tormentone usa e getta di rara genialità. Ma è solo un momento di quiete che, come da copione, deve precedere la tempesta.
A completare in modo inconfondibilmente à la page la prima facciata del vinile ci attende, nascosta dietro l’angolo, l’urgenza di “Helter Skelter“, vistosamente pesante con la sua alimentazione a base di anfetamine.
Punkeggiante ed infinitamente più feroce rispetto alla versione dei Beatles.
I Crue maltrattano quella lieve peluria superficiale dal sapore psichedelico che ricopriva l’originale trasformandola in una vera e propria frenesia da accoltellamento compulsivo che solamente Charles Manson in persona avrebbe potuto approvare.

Motley-Crue

Il lato B dell’album si deve aprire con una premessa: nel 1983 il thrash metal stava facendo progressi.
E proprio come il punk aveva fatto qualche anno prima, il DNA  di questo nuovo genere musicale spingeva a fondo sul pedale dell’acceleratore dei BPM.
I Crue, sempre attenti alle novità che li circondano, non si lasciano sfuggire l’occasione.

“Red Hot” si getta pericolosamente nella mischia con la stessa casualità di un proiettile vagante in mezzo ad una folla ignara.
Il doppio pedale si dimena meccanicamente nella sua trappola batteristica, mentre il basso di Nikki Sixx flagella le ritmiche come un perfetto maestro del bondage/sadomaso.
Siamo al limite dello Speed Metal.
Un pezzo strepitoso, ripugnante e determinato a vincere.

Too young to Fall in Love” sfodera un riff implacabile che come una rasoiata vi taglia letteralmente a fette i timpani per poi affondare la lama sempre più in profondità con gesti metodici e chirurigici.

Il refrain di Mick Mars è memorabile, melanconico, ma anche mostruosamente letale.

“Knock’em Dead Kid” gioca sull’esasperazione e vi caccia un pugno inguainato di pelle e borchie su per la bocca e ve lo fa fuoriuscire dal cranio lasciando sul posto un pasticcio inzuppato fradicio di sangue.
Tutto l’insieme puzza di maligno e di velenoso.

È un fulmine che lacera la notte buia e che si abbatte senza preavviso sugli inconsapevoli.
Un potente anthem heavy metal forgiato nel sangue e nell’acciaio.

Secondo il mio critico punto di vista questo quasi impenetrabile colosso vinilico/musicale tira il freno a mano una sola volta, in occasione della poco brillante e leggermente insipida “Ten Seconds to Love“.

Un mid tempo quattro/quarti che seppur facendo moderato sfoggio di muscoli e di una certa vitalità libidinosa, alla fine risulta abbastanza piatto nella sua architettura generale.
Siamo alla fine di questa Via Crucis ed è inevitabile l’apice che viene raggiunto scaricando nell’etere la tensione del poco celebrato classico “Danger“.
Una composizione che dilaga con intelligenti cambi di tempo, liriche evocative sui legami di sangue ritualizzati nelle grintose strade di Hollywood ed un rock quasi progressivo con un approccio talmente saturo da risultare addirittura cinematografico nel suo scopo.

In sintesi: “Shout At The Devil” trasuda di sporco e di opprimente senza risparmiare un pizzico di satanico. Il massimo in termini di shock metal.
Progettato per sfidare uno stantio e compassato status quo. Ribelle fino al midollo, ma anche teatrale ed abbastanza sexy da far venire le puttane nelle loro mutandine.
Un lavoro fondamentale che terrà banco all’infinito nei piani alti del pantheon dell’hair metal.

Tony Corpse
Tony T. Corpse *Photo credit to: Frankie E. Gonzalez

Tony F. Corpse
(AstroVamps, Willow Wisp, Post Mortem Superstar)

Tony Corpse ha respirato vizi e virtù del Sunset Strip californiano in prima persona e come musicista assieme ai suoi Willow Wisp, agli AstroVamps e adesso con i PMS (Post Mortem Superstar). Nessuno meglio di lui ci può parlare del più grande album di Glam metal di sempre: “Shout At The Devil” dei Motley Crue. Quello che ne esce è un quadro drammatico dove la musica fa da colonna sonora a scenari di rabbia giovanile, violenza e degrado metropolitani.

Adattamento by Franco Brovelli

 

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