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Wildhearts: la recensione del miglior concerto che non avete mai visto

L'intro, il gruppo che sale sul palco, c'è chi si fa strada per guadagnare le prime file, chi resta indietro e tira il collo per vedere meglio. Saluta buonasera, lo so che è normale farlo ma è sempre un momento un po' sfigato, dai, cominciate, vi salutiamo dopo se ve lo meritate, ora c'è tensione e impazienza, fatevi sotto.

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Wildhearts: la recensione del miglior concerto che non avete mai visto

Mi piace andare ai concerti, ne ho visti di imbarazzanti e di epocali, molti sono legati a bellissimi momenti della mia vita, molti sono stati bellissimi momenti della mia vita. Ho visto praticamente tutto quello che volevo vedere, un unico rimpianto forse i Ramones, ma tanto all’epoca in cui capitarono dalle mie parti ero troppo piccola e inesperta, non li avrei capiti.

Già perché per creare la tempesta perfetta sono diversi gli ingredienti che vanno mischiati: non solo un gruppo in forma, ma anche un pubblico piacevole, un locale accogliente, e il momento giusto della propria personale storia.

E il pre – e post – concerto, naturalmente. Per un pre-concerto perfetto, il luogo da raggiungere per assistervi deve essere il più lontano possibile, richiedere piani logistici accurati (chi aspetta chi e dove, treno aereo o macchina, dove si mangia dove si dorme dove ci si trucca), disponibilità di tempo (giorni di ferie da implorare al lavoro, fughe da casa, o finte malattie a rischio licenziamento – been there, done that), e coordinamento preciso (ma preciso davvero, basta che uno arrivi in ritardo e ti sei fottuto la serata.

Come quella volta che eravamo in guest list a Milano ma partiti da Bologna nel tardo pomeriggio, qualcuno ha pensato bene di cenare a tortellini all’autogrill di Modena, e alle porte del locale ci siamo arrivati con la gente che usciva. Oppure quella volta che il concerto era sulla barchetta Hedi ad Amburgo, che fa iniziare lo spettacolo solo in navigazione giù per il fiume: lì arrivare un minuto in ritardo, se la barchetta è già salpata, è fatale).

Voi fanatici del comodo locale sotto casa, non sapete che così vi perdete la metà del divertimento. Anche perché il fatto di andare a vedere dal vivo qualcuno che ti interessa crea sempre un’aspettativa e una tensione che devono essere gestiti per non diventare spiacevoli, per questo è importante andarci insieme, e avere il tempo per attraversare quel momento di terapia di gruppo pre-serata in cui ci si chiede: che pezzi faranno? Saranno stanchi, o carichi? Chi li ha già visti? Che ne pensate dei pezzi nuovi?

Arrivi al concerto più tranquillo, hai avuto tempo di stemperare l’ansia e di condividere le preoccupazioni. Perché diciamocelo, è sempre anche una prova di nervi: e più ti piace il gruppo, più diventa difficile tenere a bada l’agitazione. Pensa a un gruppo che hai ascoltato per anni, che ti ha fatto da guida e colonna sonora: poi li vedi dal vivo e sono l’imbarazzo e la delusione. Ora prova ad andare a casa come niente fosse, dormirci sopra, e ad ascoltare un loro disco la mattina dopo, mentre fai colazione. Ed eccoti lì a rimettere in discussione nientemeno che tutte le scelte della tua vita, mentre pucci i biscotti nel caffellatte.

Il pre-concerto è fatto anche degli incontri al locale: gente che vedi poco o per niente, ma che ritrovi sempre volentieri, e che ti fa sentire a casa ovunque tu sia. Per me è sempre una magia trovarmi in una città in cui non sono mai stata, attraversare strade nuove e affrontare sguardi incuriositi (chi vai a vedere?!) mentre chiedo indicazioni, farmi largo in locali mai visti cercando di orientarmi su palco mixer bagni e bancone, circondata da indigeni per niente familiari, fino a che spunta dalla folla o dall’oscurità una faccia conosciuta che mi abbraccia o una mano amica che mi allunga una birra.

Le chiacchiere, le stupidaggini, le battute. Il profumo e il dopobarba, le giacche di pelle, i tacchi alti, i brillantini da gran sera, le borchie le spillette le magliette le sigarette. Roba che quando abbassano le luci un po’ dispiace.

L’intro, il gruppo che sale sul palco, c’è chi si fa strada per guadagnare le prime file, chi resta indietro e tira il collo per vedere meglio. Saluta buonasera, lo so che è normale farlo ma è sempre un momento un po’ sfigato, dai, cominciate, vi salutiamo dopo se ve lo meritate, ora c’è tensione e impazienza, fatevi sotto.
Ecco, con cosa cominceranno.

Si diceva, ho visto tutto quello che volevo vedere. Tranne una band.

Mi mancano i Wildhearts, li inseguo da un bel po’, e nonostante Ginger sia praticamente sempre in giro ancora non li ho presi. Il Ginger Bday Bash non è la stessa cosa, quella volta che si è presentato di spalla a Slash è stato un dodici minuti di ‘Do the Channel Bop‘ che per carità eh, ma abbiamo capito. Altre volte, da solista, Hey! Hello!, robe varie, ero sempre nell’angolo opposto dell’universo, poi quando ha diviso il palco con Michael Monroe, beh, mi ha lasciato delle inquietudini, ecco. E francamente c’è stato un periodo in cui m’aspettavo un Ginger has left the building da un momento all’altro. Danny ha fatto robe bellissime, ma anche lui dal vivo mai pervenuto, che poi, Danny da solo sarebbe comunque stata un’altra cosa. Lo stesso per CJ. Quindi no, mai visti i Wildhearts.

Poi è uscito ‘Renaissance Men‘, e i vecchi han dato la loro zampata. Danny come Long John Silver e Ginger con il mostro della depressione appollaiato sulle spalle, eppure è un album pieno di speranza e rabbia. Si sono lanciati in un tour bello fitto, ma deve essere destino, loro suonavano qua, e io dovevo andare là. Mi son studiata voli spostamenti incastri con i miei impegni ma niente.

Poi un giorno mentre sono al lavoro butto un occhio a Facebook e mi scappa un grido strozzato che fa sobbalzare tutto l’ufficio. Alvise li porta a Bergamo, a maggio. Dopo la gioia il giramento di coglioni, i soliti problemi di logistica che fanno sembrare i 60 chilometri di distanza un’Odissea. Un modo lo troviamo, intanto sangue freddo e preparazione. Chissà com’è il locale, mai stata. Chi ci sarà. Tutti, figurati, un venerdì sera. E chi mancherà cazzi suoi, non sa quel che si perde, e se non è saltato sulla sedia subito se ne stia a casa, non abbiamo bisogno della sua negatività. Chi vedrò, chi rivedrò, chi abbraccerò, chi aggiornerò, con chi parlerò dell’ultimo concerto visto insieme, di quella volta che è successo questo e quello. Ne usciranno battute nuove, foto per Facebook, mi verranno presentate persone di cui mi dimenticherò immediatamente il nome (non lo faccio apposta, mi scappa anche se mi impegno, ho provato anche coi trucchetti mnemonici, davvero), mi verranno citati gruppi mai sentiti che in effetti sì, ad un primo ascolto, mi faranno cagare. E poi caleranno le luci, partirà un qualche intro…

wildhearts druso

Ora, questo concerto non ci sarà mai. Io nella mia testa l’ho già preparato tutto, ed è tutto piuttosto verosimile, dato che ho visto filmati di altre date del tour e ho sentito pareri e scalette riferitemi da gente che li ha visti di recente. Ma non lo faranno. E siccome non ci sarà nessun concerto, anche se io avevo già pensato a cosa mettermi (stavo ancora ragionando con quali scarpe, per la verità) a questo punto nessuno mi obbliga a restare fedele alla realtà, e quindi ho deciso che per una volta non sarà necessario farsi sudare le mani per l’ansia, digrignare nervosamente i denti temendo che facciano una figura abominevole sul palco, aver paura che presentino una scaletta noiosa, chiedersi se avrò freddo, avrò caldo o avrò fame, o pensare alle scarpe da mettere. Questa volta, sarà tutto come lo decido io, come lo faccio nella mia testa.

E sarà il concerto perfetto. Eravamo rimasti all’intro. Ci metterei una cosa tipo New England di Billy Bragg, perché nei miei sogni erotici Ginger è anche un comunistaccio così della New Left. Salgono sul palco al buio, si vede quasi niente ma si intuisce lo zoppicare del pirata Danny. Ginger guadagna la sua posizione, i presenti urlano scomposti (che poi, quanti saremo, 50? Spero molti di più Alvise, ma lo sai anche tu, dai) ma vengono ignorati.

Ginger pare di cattivo umore. Ha un’espressione tutta seria quasi incazzata, porca miseria ok siamo pochi ma ti vogliamo bene, dai Ginger non t’arrabbiare. Gli occhi bassi sulla chitarra. Ora ci manda al diavolo e se ne va, attacca con una canzone di merda, dice qualcosa di stupido. Billy Bragg finisce. Silenzio. Lui parte con le prime note da solo, poi arriva Danny, ‘Inglorious‘, entrano gli altri. Dreadlocks che ballano di qua e di là, e Ginger che continua a non guardarci, mentre Danny sorride sornione o forse solo rimbambito al pubblico. A me succede quello che succede sempre quando arriva la botta, sento caldo alle gambe, poi il cuore mi fa uno strano salto come se si fosse mangiato una caramella balsamica, inspiro e mi si forma in faccia la paresi da sorriso ebete. Se il concerto è roba buona, son capace di tenermi quella faccia anche per tutta la sera.

Wake and see you’re young and free and boring us

quando finisce il primo pezzo, io mi sento sempre un po’ come se fossi fuori alla lavagna per l’interrogazione, come se mi avessero fatto una domanda e tutta la classe fosse lì ad aspettarsi la mia risposta, e sono in imbarazzo ma non so cosa dire.
Sempre senza rivolgere la parola al pubblico e togliendomi da quello strano disagio, attaccano ‘Let ‘em Go‘. Umore di Ginger ancora un mistero, virante al cupo. Meno male che c’è CJ che mostra pacioso i denti bianchi e le fossette, allora va tutto bene. E poi questo pezzo è per noi vecchi, è un cerchio di sedie all’anonima disperati, lui è in piedi che racconta la sua esperienza e tu annuisci accogliente perché sai di cosa parla. Queste persone sono degli estranei, quelle che fanno son mosse meccaniche e ripetute ogni sera, magari stan pensando ad altro, e non sanno neanche di preciso dove sono, ma io con queste cose mi sento al posto giusto, a casa.

Go find your own way home

ma non è che adesso diventiamo tutti saggi e riflessivi, mettiamo un po’ le cose nella prospettiva giusta: siamo un manipolo di disadattati che si è fatto strachilometri per venire a vedere una band mai sentita nominare da nessuno fuori da qui. Tutti abbiamo fatto l’esperienza. Del sopracciglio alzato e della sorpresa manco avessimo ritrovato un fratello disperso, quando qualcuno ci dice ‘ah quella band? Li conosco’ (e comunque nella maggior parte dei casi è una bugia pietosa per non farvi sentire troppo strani, non illudetevi). E la cosa estremamente inquietante è che non è che siamo strani strani, non siamo disadattati veri che allora tutto avrebbe senso, siamo gente per la maggior parte normale, con una casa un lavoro una famiglia, magari un tatuaggino o tatuaggione, un piercing, qualcuno ancora coi capelli magari ha un taglio particolare. Niente di asociale, anzi, la quintessenza del grigiume. Una triste umanità rassegnata, ormai, a una convivenza forzata con questa fissazione e adorazione per quattro band sgangherate. Chissà come succede. E intanto parte ‘Suckerpunch‘, e torniamo tutti giovani e cretini, quando non avevamo dubbi ma solo perché avevamo ragione, altroché.
Che sudata. Ginger sorride e si distende e finalmente ci saluta.

You look so good in your girlfriend’s clothes

rallenta il ritmo ma mi piace la piega che sta prendendo, mi fanno ridere, poi ognuno ci vede quello che vuole, ma se non è divertente perché dovrei perderci tempo. A me personalmente, sono quei Ramones che non ho mai visto, e ho scoperto solo anni dopo, che mi hanno salvato la vita con la loro ironia, mi hanno insegnato che non c’è niente di serio da prendere sul serio a questo mondo, neanche il dolore. Le filosofie orientali, ai Ramones, gli spicciano casa. E Ginger ci sta dicendo, proprio adesso mentre penso ai Ramones, che in un mondo ideale non servono le idee, e per sentirsi vivi si può sempre fare il contrario di quel che si dovrebbe

Take a walk outside, maybe just keep walking at a red light

si zompetta e si ridacchia, e io come succede quasi sempre ai concerti belli, sono innamorata, di tutti, di tutto, della gente bella e brutta, del fatto che sono qui, di quei quattro minchioni sul palco e di tutti i minchioni sotto.

Non fanno pause fra i pezzi, è tutto un treno in corsa, e adesso siamo a quella fase della rappresentazione scenica, diciamo fine primo dei tre atti, in cui di solito c’è il sermone. Ci sono gruppi il cui cantante, per prender fiato, per lasciare una pausa agli altri, intrattiene il pubblico con stupidate varie ed eventuali: ho sentito di tutto, dai banali ringraziamenti e complimenti alle bellezze della prima fila, alle tiratone politiche, alle confessioni riguardo la propria vita sessuale, all’invito ad adorare divinità a caso, Satana, il Dio Metallo, il Dio Denaro, commenti sull’attualità, pareri su risultati sportivi, cibo e turismo e che tempo fa oggi. Qui invece la lezione non prevede discorsoni o interpretazioni, qui sono tutti concentrati a macinare strumenti facendo quanto più rumore possibile, grattare, sbattere, urlare, cercando di capire cosa è andato storto in questa vita, dove e quando abbiamo sbagliato strada, Ginger alza la voce

I wanna go where the people go

e noi cantiamo a squarciagola che anche noi ci vogliamo andare, che avremmo preferito non vedere, e non sapere che c’è più di una via e tutti abbiamo preso il bivio sbagliato, in ordine sparso, ci siam persi per i boschi ad affrontare rovi e zanzare di cui in Hansel e Gretel non si parla mai ma sono la parte più spiacevole dell’avventura.

Del resto, quanta saggezza ci sia nello sbagliare, ce lo spiega il professor Ginger con quell’altro pezzo di riflessione socio-trascendentale che arriva adesso, vorremmo tutti essere innamorati e felici ma appunto i rovi e le zanzare non danno tregua e serve una smoderata forza di astrazione per non sanguinare

it’s a popular myth that we’re grown up with since the age of man’s desire

che è la versione punkabbestia dei saggi di letteratura critica di Richard Hoggart che ci chiedeva se siamo davvero liberi come crediamo.
In realtà fra pezzi vecchi e pezzi nuovi non è poi cambiato tanto, i temi sono quelli e davvero, qui non è ribellione rock’n’roll, non è cantare alle stelle o alla bella amata, è meravigliosa sottile e ironica critica sociale impacchettata in schitarrate e sudore, e io non so se stiamo pensando tutti la stessa cosa, ma per me stiamo pensando tutti la stessa cosa, e stiamo diventando persone migliori verso dopo verso.

La band si ferma un attimo, bevono, si asciugano il sudore, ci guardano, come se lo spettacolo fossimo noi scimmiette qui sotto. Siccome è il mio concerto nella mia testa, a questo punto Ginger potrebbe tenere un comizio e convincermi ad assaltare i palazzi del Governo, spogliare i ricchi e bruciare le dimore signorili, ma insomma non andrò così lontano con la fantasia, diciamo che è una speranza che continuerò a coltivare nel mio cuore, ecco.
Ritorniamo adulti, appunto, con due pezzi dall’ultimo album, che parlano di comunicare e manipolare e suonano per farti sculettare

don’t let my proximity mean what it may imply

si canta tutti insieme, mi pare di intuire sulla faccia di Ginger una smorfia compiaciuta alla Stalin che si gode la sfilata del Primo Maggio, non avrà fatto i soldi di Michael Jackson nella sua carriera ma è riuscito a far cantare a tutti in coro Bullshit!, pare soddisfatto del risultato. Ondeggia e insomma anche lui qualche annetto ce l’ha e c’è gente molto più giovane che non riuscirebbe a tenere certi discorsi continuando a zompare così, la voce è solida e ti entra nelle viscere e ti sveglia

me? I’m fine over here, on my side of the bed

sento che sta per finire. Sta calando la tensione dell’aspettativa che si era caricata in giorni e settimane, sono sciolta e rilassata e grata per quello che ho visto e sentito, ma a questo punto immagino abbiamo superato la metà della serata. Mi dispiace, ma neanche tanto, in fin dei conti, ci sono dei tempi tecnici e fisici e allungarla troppo sciuperebbe tutto.
I pezzi nuovi hanno un po’ dilatato il ritmo, sono più avvolgenti, calorosi. E poi a tradimento,

and the ring around her finger is a ring around her past

che rischia di farmi scoppiare in lacrime, ma ci ricomponiamo tutti con ‘Schizophonic‘ e ovviamente ‘Renaissance Men‘ che avrebbe potuto essere banalmente il primo pezzo in scaletta, e invece messo ultimo ci vuole un certo coraggio, non è un presentarsi, è un rimettersi al nostro giudizio, inchinarsi al nostro cospetto, insomma un bel gesto di rispetto e saluto per il proprio pubblico. Vedi, e io che pensavo ci schifassero, invece ci stanno dicendo che ci vogliono bene anche loro.

Lasciano il palco, le luci però non si riaccendono. Certo questa cosa del bis è abbastanza logora, c’è gente che lo dice chiaramente, guardate, noi non lo facciamo, stiamo sul palco finché abbiam finito e poi basta, che senso ha stare due minuti nascosti dietro la tenda e poi rientrare, è un’abitudine che ci si dovrebbe togliere, li conoscete no, tutti quei locali in cui una ritirata temporanea e dignitosa non è possibile, quindi vedete gente che è costretta a ingegnarsi nei coni d’ombra come giocasse a nascondino. Però fa parte del linguaggio di questo genere di cose, han cominciato a far così a un certo punto e la gente adesso se lo aspetta. E insomma un minuto dopo risalgono sul palco: ovviamente ci avrebbe sorpreso il contrario.

Ci eravamo lasciati su ‘Renaissance Men‘. C’è anche questa cosa nei bis. Il pubblico un pochinino si è raffreddato, non tantissimo, perché conosce le regole del gioco, ma chi proprio gli scappava la sete è andato al bancone, qualcuno si sta sistemando la maglietta, controlla di aver ancora addosso tutte le spillette nonostante le gomitate che ha preso, ci si guarda intorno, e un po’ si allenta quella follia di gruppo, spaesati si tira fuori i telefoni, si cerca le sigarette. Parte anche quello scambio di battute da nerd che fa sempre una gran tenerezza, ma per me che non mi ricordo nomi, anni, album, mi dovesse pigliare un’accidente, è noioso, irrilevante e lo ammetto, pure un po’ fastidioso: il totobis. Che pezzo faranno? Che cosa manca? Che cosa vuoi che manchi, mancano tutti gli altri pezzi che hanno registrato, più tutte le possibili cover di tutte le possibili canzoni e motivetti composti dall’umanità dalla notte dei tempi a oggi, oltre alla non remota possibilità di un brano nuovo messo su in dieci minuti durante il soundcheck. Non so cosa manca, non lo voglio sapere e sono venuta qui proprio per scoprirlo, pensa un po’.

Poi arriva quello che è tutta sera che aspetta questo momento per millantare contatti da uomo (di solito è uomo, sì) di mondo con amici cool d’oltremanica che gli han riferito dell’ultima data dei Wildhearts nel Qualcosa-shire, oppure l’eroe pantofolato che si vanta di aver visto la registrazione di un recente live su youtube, a urlarti nelle orecchie gli ultimi pezzi della scaletta delle ultime date e a fare statistiche da commentatore sportivo sulle probabilità dell’una o dell’altra opzione anche in relazione alla condizione fisica e ai livelli di umidità dell’aria. Ora, alcune di queste informazioni potrebbero essere effettivamente anche in mio possesso, ma in questo momento mi sforzo di non pensarci, e se proprio malauguratamente affiorano alla mia coscienza, mi guardo bene dal riferirle a voce alta. È come alzarsi al cinema prima che inizi il film e gridare a tutti come andrà a finire. Per me rimane un mistero com’è che questi spoileratori da concerto hanno ancora tutti i denti.
Ma tornando al momento cruciale del bis: hai fatto un gran concerto fin qui, e ora però un po’ la stanchezza un po’ lo stacco cerimoniale dell’abbandono palco, rischi di perdere l’attenzione del pubblico. Ci vuole il pezzone in gloria.

Che cosa ti aspetti dai Wildhearts? A che cosa avranno pensato, come se la saranno ragionata, che pezzi avranno provato?
Io lo so, perché questo è il mio concerto.
Risale Ritch e si siede alla batteria, no niente paura, niente assolo tranquilli tutti, solo quattro battute, per dare il tempo a Danny di rimettersi seduto sul suo scagnetto e mettersi il basso a tracolla. Danny, che a un qualche concerto a qualche festival all’inizio degli anni Novanta si è rotto una gamba sul palco ma ha continuato a suonare. Beh pensate ai trascorsi di Batman, dietro a certi grandi eroi c’è parecchio disagio.
Ah si parlava delle quattro battute di batteria, adesso entrerà la chitarra, molti di noi hanno già riconosciuto il pezzo così, ma si trattengono le urla di approvazione, s’aspetta la conferma delle prime corde.

Cheap Trick, tiè. Un rastone burbero di mezza età, un po’ corpulento e al momento sudato e puzzolente, che ti chiede di amarlo, e se hai un cuore non puoi fare altro che scioglierti, ma certo che ti amo, ma certo!

Applausi e urla in falsetto ambosessi. Alcuni dei presenti, forse gli amici venuti a rimorchio, forse i baristi del locale, diciamo un venti per cento del totale, non conoscono questo pezzo, e ok, lo trovano bello, ma non capiscono il luccicone negli occhi del vecchio pubblico. I coraggiosi fra di loro che osano porre la domanda ‘di chi è questa canzone?‘ un po’ li invidio. C’è stato un momento così anche nella mia vita, so esattamente dov’ero, so esattamente con chi ero e anche come ero vestita, con buona approssimazione vi potrei perfino dire che ora era, quando ho sentito questa canzone, ho chiesto di chi era, e una faccia che rivedo ancora, ignara del danno enorme che ne sarebbe scaturito, soffiando fuori il fumo di una sigaretta e girandosi nell’altra direzione, ha detto Cheap Trick, come se fosse la cosa più normale del mondo, in una frazione di secondo, sorridendo e canticchiando.
Finisce il pezzo, brevissima pausa.

Caro lettore, non inganniamoci: lo so che hai già fatto la conta, come gli spoileratori di cui sopra, e che già sai, o almeno speri, e se fossi lì con qualcuno a leggerti questa cosa potresti non resistere alla tentazione di tiragli la manichetta dicendo ‘io so cosa manca, io so cosa manca’.
Manca proprio quella, la canzone inno al senso ecumenico della musica, all’importanza degli amici, soprattutto quelli immaginari.

Here, sitting in my room

Concerto finito, ho le gambe un po’ molli, mi ricompongo, la gente pian piano rientra dalla trance semireligiosa, recupera la propria maschera sociale, quella dove non ci si tiene il cuore in mano ma ben nascosto in fondo ad una tasca dove nessuno lo può trovare, e si cerca di confondere il nemico con sguardi e sorrisini. C’avete mai pensato che mostrare i denti significa mostrare l’unica parte visibile del proprio scheletro? Così, l’ho sentita da qualche parte. Qualcuno esce a fumarsi una sigaretta meditabondo, cercando di prolungare l’effetto, ancora qualche minuto e sarà svanito del tutto. Si guardano le stelle, si rientra a prendere un’ultima birra o a recuperare i compagni per il viaggio di ritorno.

Qualcuno gironzola intorno al banchetto del merchandise, qualcun altro aspetta che il gruppo si faccia vivo per farci una foto insieme o farsi scarabocchiare qualcosa. Gusti, per carità. Per quanto mi riguarda, ne faccio quasi un tabù religioso, non ci penso neanche a rivolgere la parola né ad avvicinarmi a meno di tre metri dagli artisti che mi piacciono. Presentare i miei omaggi? Gli posso dire solo cose stupide, e poi il fatto che sia qui al concerto parla da solo. Fare domande che ho sempre voluto fare?

Tipo: Ginger, è vero che sei un lettore di Brecht? E se poi mi dà una risposta diversa dalle mie aspettative che faccio. Farsi autografare dischi?

E perché dovrei farmi rovinare una cosa nuova di pacca appena comprata. Ho ancora il trauma della copertina del 45 giri dei Corvi di mio padre a cui mia zia, sua sorella, aveva disegnato i baffi. Poi ci sono quelli che si fanno fare tutti gli autografi perché così il disco vale di più da rivendere ai collezionisti. Mercanti al tempio, proprio.

A questo punto arriva il grande classico, il the end alla fine del film che vuol dire che possiamo cominciare a raccogliere i nostri stracci e andarcene: quello che si avvicina e commenta che il fonico era un incapace.
E con questa, per quanto mi riguarda, è finita la serata. Da qui in poi non si parla più della band né del concerto. E come dopo il pranzo di Natale che non si nominano lasagne e tortelli o panettone. Ne parliamo più avanti, ora dobbiamo digerire, capire, decodificare e incastrare questa cosa che abbiam visto nel tetris delle cose belle. Da qui in poi si parla di solito di altra gente, dov’era questo dov’era quello; prossimi concerti; se si è in trasferta, ci si scambia consigli su dove andare domani o come ci si è organizzati per il rientro; ogni tanto scappa di parlare di lavoro, politica, teorie complottistiche, dove hai comprato quella bellissima giacca; questo è il momento drammatico in cui fare due chiacchiere con le persone nuove che mi hanno presentato prima del concerto e con cui cerco di intrattenermi sudando copiosamente per la tensione, chissà come cazzo si chiama.
Mi salva sempre, sistematicamente, da copione consolidato, la frase ‘andiamo?’
Così si lascia il locale, si saluta un po’ in giro, ci si abbraccia e bacia, promettendosi di rivedersi presto, che poi va a finire che certa gente la rivedi ad anni di distanza, il mio record personale credo sia stato 21.

Da qui in poi può capitare di dormire in macchina, di trascinarsi stancamente in chiacchiere in un qualche bar fino al mattino, di lanciarsi in discorsi notturni sul senso della vita. A un certo punto sei a casa, ti svesti e ti strucchi, o forse no, e vai a letto.
E il mattino dopo è stato un sogno. Sarà il rimbambimento delle poche ore dormite, o le orecchie che fischiano ancora perché davvero il fonico era un cretino, per un po’ si prova quella sensazione speciale di essere un paio di centimetri più alti, di avere le spalle più dritte, e il naso più all’insù. Scalzato dalle beghe quotidiane, l’effetto dei concerti con il tempo un po’ sbiadisce. Però ogni volta, un pezzettino di più, ti lascia la fisica consapevolezza di essere parte di qualcosa. Una cosa che è nella mia testa e che diventa reale non perché è reale davvero, ma perché c’è stato un concerto, e un concerto è un po’ come un sogno di gruppo, forse, e quel che mi resta di duraturo, allora, è che sono parte di questa comunità di sognatori.

how could i get down when i get all my friends around?

La scaletta:

  1. Inglorious
  2. Let ‘em go
  3. Suckerpunch
  4. Girlfriend Clothes
  5. Red Light green Light
  6. I wanna go where the People go
  7. Loveshit
  8. Fine Art of Deception
  9. My Side of the Bed
  10. The Miles away Girl
  11. Schizophonic
  12. Renaissenance Men
  13. I want you to want me (Cheap Trick)
  14. 29 Times the Pain

Articolo: Damndoll

Foto: www.epifonica.com

Frontiers Records

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