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Alice Cooper: Hala Tivoli (Lubiana) 12 Giugno 2016

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Alice Cooper Lubiana 2016

Il telone nero che copre il palco raffigura gli iconici occhi di Alice Cooper… sembra sia tutto pronto! Uno pensa ogni santa volta che questa sia l’ultima ma zio Alice c’è sempre, ritorna ad ogni tour come un vecchio parente strambo: passano gli anni, aumentano le rughe sotto il cerone ma lui, eccolo qua presente, con tutto l’armamentario dei suoi vecchi trucchi da teatro del grand guignol, sempre uguale a se stesso ma sempre fantastico! Che sia la prima volta che un fan si presenti ad uno show di Vincent Fournier o la centesima è sempre uno spettacolo per le orecchie e per gli occhi… come i vecchi classici senza tempo che non muoiono mai e che tutti vanno a gustarsi per l’ennesima volta, sapendo che le aspettative non verranno deluse.

A luci spente la voce possente di Vincent Price riecheggia tra le vecchie mura dell’Hala Tivoli della capitale slovena, classica intro agli show di Alice Cooper prima che il telone nero pece venga giù, scoprendo un tripudio di luci e decibel sulle note di “Black Widow“… zio Alice avanza lentamente al centro palco ricoperto da un lungo mantello nero: che lo show abbia inizio!!!
La band è schierata come un manipolo di soldati, armi in pugno, con una potenza sonica devastante: squadra che vince non si cambia e quindi zio Alice si fa accompagnare dalla fedele sezione ritmica composta da Glen Sobel e Chuck Garric e dal “triplete” di sei corde formato dai veterani Ryan Roxie e Tommy Henriksen e dalla spettacolare (…in tutti i sensi!!!) Nita Strauss. “No More Mr. Nice Guy” e “Under My Wheels“… ditemi quanti artisti si possono permettere due brani iconici di questa portata ad inizio scaletta e non nei bis ? Sarà anche vecchio zio Alice ma è ancora “sick and obscene”…

Billion dollar babies” e la sua pioggia di dollaroni nelle prime file fatti cadere dalla spada vorticante di un sorridente Mr. Fournier… spettacolo hollywoodiano che riempie gli occhi ma che è solo un dolcissimo contorno ad un setlist costruito su brani che sono la storia stessa del rock. “Public Animal #9“, “Long Way to Go” e “Woman of Mass Distraction” è un crescendo perfetto, fino al gran assolo di Nita che fa da prologo alle immortali note di “Poison“, cantata da tutto il pubblico con cori da stadio. La band ha una dinamica e un’ amalgama perfetti, e suona rilassata e divertita: la bionda chitarrista di L.A. regala sorrisi alle prime file (…sono lontani i tempi della triste Orianthi… tanto brava quanto antipatica e glaciale con il pubblico…) mentre Ryan Roxie schicchera con le dita plettri a ritmo industriale alle estasiate prime file.
Halo of Flies” e “Feed My Frankenstein” dove non può mancare, tra ghiaccio secco e lampi di luce, l’arrivo dinoccolato “on stage” del gigante ricucito che fa slalom tra i musicisti, facendosi fotografare da tutti gli spettatori prima di sparire nelle nubi bianche di fumo artificiale. Dopo “Guilty“, “Cold Ethyl” è cantata da zio Alice abbracciando una bambola che alla fine – come sempre! – …(e qua non ci sono spoiler!!!)… fa una brutta fine.

In “Only Women Bleed” la bambola prende vita, lottando con Alice fino all’uccisione finale… c’è trucco ma non c’è inganno! “Ballad of Dwight Fry” coincide con l’arrivo della famigerata infermiera che circuisce (o tenta di farlo!) la pazzia della vecchia rockstar, armata di siringone. Giunge l’immancabile ghigliottina on stage, trasportata da due boia incappucciati e sulle note di “I Love the Dead” il palco viene illuminato da luci rosso sangue fino alla decapitazione del povero zio Alice. A sorpresa, nelle consolidata scaletta rodata ormai da anni, c’è un sentito omaggio ai suoi Hollywood Vampires ed a quattro eroi del rock di cui due ci hanno abbandonato solo pochi mesi fa. Sulle note di “Pinball Wizard” degli Who cala dietro il palco la lapide del compianto Keith Moon… una novità accolta entusiasticamente dal pubblico. Tocca alla lapide di Jimi Hendrix, omaggiato con “Fire“, cover sempre eseguita con amore e rispetto da zio Alice (…e pubblicata anche come b-side poi presente nella compilation Classiks del 1995). Ad esser srotolata dietro il drum kit di Glen Sobel tocca alla lapide del Duca Bianco David Bowie e parte una versione vitaminizzata di “Suffragette City“… ultima lapide è quella in onore di Lemmy: “Ace of spades” è cantata, insieme a tutto il pubblico, dal bassista Chuck Garric osservato da zio Alice e probabilmente anche da Lemmy alcuni piani più in alto! Insomma, il tetro siparietto dedicato i suoi colleghi e amici morti ha lasciato il segno sul pubblico pronto al gran finale dello show con “I’m Eighteen” e “School’s Out” con un frammento perfino di “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd. Zio Alice non è più agile come una volta (…e ci mancherebbe!) ma tiene il palco in modo tale che la maggior parte delle band giovani si sogneranno per il resto della loro carriera e soprattutto ha fatto squadra (…come un navigato c.t.!) costruendo una band che il giusto mix di esperienza, gioventù, energia e tecnica.

Gran finale con “Elected”, attualizzata al 2016, con lo sguardo sarcastico sull’attualità politica americana in tempo di campagne presidenziali: luci rosse, azzurre e bianche su tutto il palco, coriandoli e stelle filanti sul pubblico mentre due comparse con le maschere della Clinton e di Donald Trump si insultano e si accapigliano platealmente… alla fine finiranno ad abbracciarsi e stringersi la mano come veri e propri politici senza dignità e anima (…ce n’è uno che le possiede???). Si accendono le luci ed i roadies invadono come formiche il palco… altro giro, altra corsa. Si esce pensando divertiti che può essere l’ultima volta dello zio Alice, insomma a 68 anni suonati non è poi una previsione così fuori luogo… fino al prossimo tour e al prossimo show vicino a casa… a presto zio Alice!!!!

MATTEO TREVISINI

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